Una eccezionale scoperta ad Adria negli anni '70
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Una storia antica ad Adria

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Una storia antica ad Adria

da “IL GAZZETTINO ” 4 Maggio 1976

 

Una larga parte della storia di Adria nel periodo della cristianità – senza cercare collegamenti con quella ben più antica che, attraverso l’epoca romana, ci condurrebbe ai greci, agli etruschi, ai paleoveneti – è concentrata in qualche centinaio di metri quadrati accanto al fianco ovest della nuova Cattedrale, costruita sul finire dell’Ottocento nel quartiere nord (detto di Castello) del centro cittadino.

Accanto ad essa sorge la cattedrale più antica (la «ciésa vecia» per i locali) eretta sul finire del 1400, ma successivamente rimaneggiata intorno al 1700 nelle strutture superiori, con lo spostamento dell’ingresso ed il capovolgimento, da un estremo all’altro, della posizione dell’altar maggiore. Nel suo interno la Sovrintendenza ai Monumenti, ha in corso complessi lavori diretti a salvare il salvabile di una serie di affreschi – meravigliosi per ingenuità e misticismo– che coronano la cosidetta «cripta» del settimo secolo dislocata oltre due metri sotto il pavimento. Gli affreschi stanno andando in rovina per colpa delle infiltrazioni di acqua – la nemica permanente degli adriesi – le cui falde si sono innalzate nel sottosuolo a seguito di abbassamenti del terreno in parte attribuibili a cause geologiche, in parte all’estrazione di metano effettuata a cavallo dell’ultima guerra.

Rimuovendo, per isolare la «cripta», l’attuale pavimento rifatto nel 1892 ad una quota più elevata del precedente, è affiorata una serie di tombe, coperte da voltine in mattoni, nelle quali erano certamente tumulati ecclesiastici ed illustri personaggi locali. Le tombe risultano svuotate dei resti umani e riempite di terra per evitare cedimenti della successiva pavimentazione, mentre le lapidi con le iscrizioni vennero rimosse dal primitivo pavimento cinquecentesco in cotto nel quale erano inserite e, dopo essere rimaste per anni accatastate in un cortile, impiegate come materiali di fondazione, intorno al 1920 quando fu costruita, nei pressi, una cappelletta.

I ritrovamenti concordano sino a questo punto con le fonti storiche. Anche Francesco Antonio Bocchi, acuto osservatore e dotto memorialista adriese del secolo scorso, riporta che “Adria sofferse dura sorte nel 1482 per sacco ed incendio, come narra la storia… cionondimeno il suo duomo fu rifatto e, nel 1490, riconsacrato».

Ma non è tutto: ad una quota ancora inferiore sono affiorate le fondazioni, le basi dei pilastri ed il pavimento in mattoni di un «altro» tempio. Si tratta – spiega monsignor Arcolin, nostra colta e gentile guida nella visita ai lavori, – dei resti della chiesa del Mille la cui esistenza è documentata da una formella in cotto, conservata nella nuova Cattedrale, dalla quale risulta che il vescovo adriese Theodoino depose, nell’anno 877, le reliquie dei santi nell’altare maggiore. I resti attualmente visibili mostrano come le due cattedrali, del 1000 e del 1500, siano state edificate, una sull’altra in parte usufruendo delle stesse fondazioni, in parte seguendo un disegno diverso, forse in relazione a variate necessità ricettive, forse anche a causa di esigenze stilistiche differenti. Quanto ai resti di vari strati di pavimento situati a quote diverse è da ritenere che si tratti di periodici rifacimenti del piano di calpestìo resisi necessari per ragioni di sicurezza rispetto ai livelli delle piene fluviali. Ad Adria è accaduto sovente, restaurando vecchi fabbricati del centro, di scoprire, sotto l’attuale pianterreno, un altro piano dell’edificio abbandonato ed interrato con tutte le sue finiture: porte, inferriate, balconi. E’, in fondo, la stessa meccanica di sostituzione e di sovrapposizione che si rileva nelle evoluzioni secolari delle cattedrali adriesi.

E la «cripta», alla quale s’è accennato all’inizio?

Sarebbe, a parere degli esperti, il residuo, di una costruzione del settimo secolo inserito nella chiesa del Mille che l’avrebbe in certo qual modo integrato secondo un procedimento che, nell’ architettura religiosa, ha tanti altri e più noti precedenti.

A proposito della «cripta» sempre il Bocchi (nel suo «Trattato geografico economico comparativo dell’antica Adria e del Polesine di Rovigo», opera interessantissima che varrebbe la pena di ripubblicare) scriveva: «Io credo assai probabile che essa fosse non già una cappelletta, sì bene parte di un cupolino sovrastante un sacello dei primi secoli cristiani: il che dovrebbe farci scendere di non pochi piedi per trovare il piano dell’edificio stesso». A confermare questa ipotesi starebbe il rinvenimento di strutture ad arco che proseguono verso il basso ed il prelievo di un campione eseguito in questi giorni mediante trivellazione ad una profondità di oltre quattro metri dal pavimento attuale. Si è estratta, come si dice in gergo, una «carota» di pietra calcarea, ma non è possibile stabilire se sia parte di una pavimentazione, di una fondazione, di un pilastro; è indubbio tuttavia che si tratta di elemento estraneo alla natura del sottosuolo adriese.

I lavori procedono, ma lo scavo a maggiori profondità troverebbe l’ostacolo della presenza dell’acqua le cui falde subiscono l’alternativa delle piene e delle maree, mentre l’impiego di mezzi di prosciugamento comporterebbe notevoli costi e difficoltà operative non indifferenti.

E’ dunque probabile che Adria continuerà a custodire, ancora a lungo, uno dei suoi tanti misteri.

Tra le tombe rinvenute, sebbene non individuata, vi è quella di Luigi Groto, il “Cieco d’Adria”, interessante e complesso personaggio: poeta, oratore, drammaturgo, attore, ambasciatore presso la Serenissima, sostenitore dell’operazione idraulica del taglio di Porto Viro che modificò completamente la dinamica del delta padano. Egli morì in «eresia», a Venezia nel 1585 accusato di essere lettore di Erasmo da Rotterdam, ma gli venne concessa sepoltura religiosa ed i nipoti ne traslarono la salma nella cattedrale adriese, com’è ricordato in una lapide applicata sulla parete nord del tempio. La morte del cieco è rievocata da Neri Pozza in un mirabile e sconcertante racconto ne «La putìna greca», mentre delle opere si attende la ripubblicazione critica promessa da G. A. Cibotto e F.M.Lazzarini, rivolta a colmare una lacuna nella nostra storia letteraria ed a rivedere vecchie approssimative valutazioni.

E ad Adria che si dice dei ritrovamenti e dei lavori in corso nella Cattedrale? Poco o nulla. In altra città un avvenimento del genere avrebbe suscitato chissà quali interessi, mobilitato magari la televisione; non certo ad Adria ove non fa impressione scoprire che le fondazioni della propria casa son fatte di mattoni romani o pensare che sotto il pollaio sia inumato un lucumone etrusco.

«Il vero centro storico di Adria – mi diceva un anziano studioso alludendo un po’ sarcasticamente al nuovo piano regolatore– è cinque metri sotto terra, fuori della portata della speculazione e delle leggi urbanistiche».

Dei discendenti degli «etruschi adriati» ci sono, in questa battuta, tutto l’humour, la storica malinconia, la dolce improduttiva saggezza.