Attilio Carminati. El putelo pissava su le guere
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Attilio Carminati. El putelo pissava su le guere

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Attilio Carminati. El putelo pissava su le guere
Femo l'amor in sta bicoca vecia,
fora, la neve fa 'l molin al vento, 
el sielo tira oche al sentimento,
per le sfeze el ne siga in te na recia.¹

A volte si conoscono i poeti in maniera imprevedibile però bella. Mi capitò con Attilio Carminati, una domenica del 1996. Presi il Sole 24Ore, scorsi l'inserto della cultura (per l'appunto Il Domenicale e trovai la rubrica di Franco Loi dove parlava proprio di questo poeta veneziano che non conoscevo). Non so per quale insondabile circuito della mente, ma feci questo: cercai il suo numero di telefono, fortunatamente lo trovai e quindi lo chiamai; mi presentai e gli dissi dell'articolo uscito per la penna del poeta milanese; mi ringraziò fin quasi alle lacrime per questa notizia, a suo parere tanto inverosimile quanto straordinaria (che Franco parlasse di lui) e mi salutò così: "mi precipito a comprarlo". E mi parve di sentire persino il suono dei suoi passi giù per le scale (se poi veramente ce le avesse questo non l'ho mai saputo) e l'odore tipico dei Campielli di Venezia con in lontananza il suono di un campanile.


Considerato uno dei più grandi poeti in lingua veneta (anche seppure semi-sconosciuto, ma questa rubrica per REM serve proprio a questo: approcciare chi ne è digiuno ed essere da sponda per chi volesse, invece, approfondire), Carminati è stato un traduttore instancabile (ha pubblicato più di quaranta volumi oltre a numerosi interventi critici su riviste) e di altissimo livello. Ma il suo lascito più grande sono proprio i molti suoi versi in veneziano, la lingua resa celebre in tutto il mondo dal Baffo, dal Goldoni, impiegata addirittura dal Casanova per tradurre l'Iliade. Una lingua che, anche negli ultimi decenni, è riuscita sempre a rinnovarsi, aprire nuovi orizzonti di senso, come nelle memorabili raccolte dell’indimenticato pittore e poeta Tomiolo, di cui si è già parlato in questa rubrica.


Una grande sensibilità unita ad una solida preparazione tecnica, hanno permesso a Carminati di valorizzare quello che è stato - molto prima dell’inglese - uno dei linguaggi più noti ed impiegati in tutto il Mediterraneo. Carminati, oltre che scrittore e poeta, è anche molto noto a livello nazionale per la sua attività di traduttore. Ha tradotto difatti molti autori, nel corso della sua lunga vita, da Baudelaire a Valéry, da Verlaine a Rimbaud.


Con la collaborazione di Emma Stojkovic Mazzariol, ha curato inoltre la traduzione delle Opere di François Villon², pubblicate nel 1971 nella prestigiosa collana “I Meridiani” della Mondadori. Un lavoro lungo e faticoso, durato più di dodici anni, che ha però riscosso un grande consenso da parte della critica e dei lettori, con otto edizioni e più di 40.000 libri venduti nel corso di questi anni. Villon è stato tradotto, inoltre, anche in lingua veneziana.


Ma vediamo cosa dice Mario Luzi di Villon, proprio nell'introduzione al Meridiano


Senza andare per le lunghe, Villon si presenta insomma nelle vesti di uno che ha violato un ordine. Allo stesso dei fatti questo ordine è sbrecciato in ogni sua parte, ma i presupposti etici e religiosi su cui è fondato sono fortemente vischiosi e hanno effetto durevole sulla coscienza morale, determinano il sentimento del bene e del male. Ha violato un ordine e pagato per questo senza trovare intollerabile la punizione dell'autorità che si assume di rappresentarlo, se mai distinguendo senza falsi stoicismi, tra i rigori del vescovo di Orleans e la coscienza di Luigi XI. Ha pagato, è evidente, anche con la moneta del rammarico e d'un intimo sentimento di abiezione, sebbene insinui il dubbio che il valore di questa moneta abbia una vera parità con il suo corso legale. Certo, Villon non sottilizza né tenta capziose distinzioni tra reato civile e peccato di fronte a Dio: si riserva tuttavia un margine di giustificazione affidato alla misericordia divina che alla ragione degli uomini. Introduce così la grande attenuante della povertà che sottintende, è chiaro, il sentimento dell'ingiustizia sociale. È un sentimento di vittima, non di ribelle. L'ingiustizia che proviene dalla diseguaglianza è da mettere nel numero delle tribolazioni a cui è sottoposto l'uomo cristiano nella ineluttabile brutture del mondo, ma non pregiudica certo la legittimità del castigo secolare: e quanto a quello divino non c'è che sperare sia applicato con indulgenza [...] È dunque la voce dell'errore umano che ci arriva attraverso le lasse della poesia villoniana. Errore, intendo, in tutta l'estensione del termine dell'uomo che l'ordine sociale ha lasciato in balia di sé stesso, salvo a esercitare su di lui la sua forza superstite di repressione. 


Carminati ha tradotto anche Tristan Corbière e, interamente, La chanson de Roland. Un altro esperimento particolare di Carminati è stata anche la traduzione, sempre in veneziano, dei Vangeli. La prima edizione de “El Vangelo in venexian” risale al 1978. L’idea di tradurre i Vangeli nasce però diversi anni prima, partendo da un’ispirazione che, come ricorda l’autore «rimane, per me, ancora del tutto misteriosa. Sono stato motivato però anche dal fatto di poter offrire ai miei concittadini, che amano ancora molto la melodiosa parlata della Serenissima, la possibilità di gustare gli eventi ed i prodigi evangelici attraverso un’inedita operazione linguistico-poetica. Le due edizioni del libro sono andate presto esaurite. Il successo editoriale di quest’opera ha superato difatti ogni nostra più rosea previsione, segno dell’attaccamento delle nostre genti alla nostra parlata. Uno dei ricordi più belli legati a quest’opera è quando sono stato ricevuto, assieme al mio editore, dall’allora cardinale di Venezia Albino Luciani, in procinto di partire per il Conclave dal quale sarebbe uscito poi come Papa Giovanni Paolo I°.»


Oltre a numerose opere di prosa e poesia in italiano, Attilio Carminati si è dedicato con grande passione alla propria materna lingua veneziana, la “lengua del Dose” come l’ha definita. Ha iniziato a pubblicare difatti le sue prime liriche in lingua veneziana in giovane età e sono versi, questi, in cui si percepisce in nuce, da subito, l’alta qualità formale e contenutistica di tutta l’opera del poeta veneziano. Per capire il valore di questi linguaggi “altri”, bisogna innanzitutto, come ha scritto in una sua nota, «superare certi preconcetti differenzianti, secondo un modo di vedere passatista, che separano la lingua ufficiale, ovverosia statale a tutti gli effetti, dalla lingua espressa da una Koinè di elevata cultura e di gloriose tradizioni come il veneziano.»


Allora conosciamolo questo poeta che ha vissuto al Lido di Venezia:


Gò provà coi versi a far farina 

per darghe da magnar a chi ga fame,

ma i se ga rebaltà da le me man

cofà un caro de gran finìo nel pòcio. 

I pòari zè restài pòari, e i richi,

richi. Qualcun, dal cào de na strada 

m'à sigà drìo dizendome che 'ndasse 

a laorar la tera, a tagiar albori,

a farme el culo, e no a cantar al vento.

Mi no gò vùo el coragio de molarghela,

e no savendo proprio far de megio,

sto libro qua gò scrito pien de versi.


Se non è una manifestazione di poetica questa quale altra può essere? Il fuoco della poesia prima di tutto. 


Cussì el mar


Drento ogni capa vive na parola 

che tira 'l fià, se move e se fa perla…

Tuto 'l mar zè pien de parole.

Bruzemoghe le rede ai pescaori,

rebaltemoghe le barche.

No morirà più le parole,

no mancarà più le perle.

Cussì el mar se farà colane,

quante che 'l vol, co le parole. 


Mi e 'l sol


Se gerimo incontrai là su la diga,

come un apontamento, mi e 'l sol.

Ziganti roversai l'un rente l'altro,

gera i mazegni. Grizi e s-ciafi d'onda

senza razon bateva co gran colara

quei corpi sensa gambe, brassi e cao,

giassai nei so dolori. Sora l'aqua 

se ballava un s-ciapo de cocai

co sighi curti e un rider sofegà.

El sol gera vegnuo dreto dal fondo

del mar, bruzando l'aqua, l'aria è 'l vento.

I àtimi abaziva, e no restava

più memoria de quel che gera fato 

o che doveva farse. 'Vanti a mi,

dio caldi gera el sol, che verziva 

l'anema in dò cofà un pomodoro codogno,

e 'l rivava a bazar la me semensa. 


Na scuela de gnente 


D'aria o de sielo in m'à impenio la scuela

stamatina, e la par piena de gnente.

E cossa bevarò mi per cavarme 

la sè? Anca quel gnente pol bastarme,

se ghe zonto l'idea, la fantasia,

che se sposa co l'aria sensa siera,

co una s-cianta de sielo ciapà de naransa. 

Chi ga dito che amare zè le stele,

guaive al nostro destin? Chi ga dito

che tòssego zè i razi de la luna?

Dal gnente pol vegnir solo che gnente.

Anca 'l so gnente dovaria bastarme,

se me tegno de ti la girladeta 

cara che te me geri e che gò visto 

cresser fra tante rose spampanae. 


No gavemo 'vuo el tempo 


E pò i ne ga ciapà tuti a peae.

Cavai de dosso i abiti de festa,

i n'à vestio de sbrindoi e de strasse.

Mostrandone na tera dura e seca

in man i n'à sbatuo bail o sapa. 

A chi gaveva le spale squarae 

i ghe ga messo al colo na cavessa, 

come se fa co i bò, e via per canpi

a strassinar  el versor! Dopo un fià 

gavevimo le man piene de sangue,

e i nostri dei che gera 'bituai 

a scriver poesie pareva rami 

scortegai de tempesta. No gavemo 

'vuo el tempo de capir, de rebelarse.

Belisima moroza desperada 

la fame ne strinzeva le buele. 

Co tuto el corpo gèrimo a contato 

co la tera. E nissun ga dito "Basta!"


El putelo e 'l fiume


El putelo pissava nel fiume 

soto na lensa da spacar le gorne,

e nol capiva perché 'l fiume gera sgionfo 

cofà un leamer che fuma.

Se roversava nel fiume, quel zorno,

buzare, bidoni, cartoine strassae,

cocacola, spuaci, snaroci. 

Longa strada de crea gera el fiume:

sbatendo co rabia i brassi 'l vegniva 'Vanti

come un omo che no vol negarse. 

No capiva el putelo, sora l'arzare, 

l'anso de un fiume serio, co na istoria, 

qualche ponte sbregà e pò fato de novo,

ninfe, pessi, spigoi de luna.

Ma nissun lo vantava per una recia 

tirandolo via. Indifarente, 

la sità se divideva in dò bande,

co quel omo là in mezo a sguaratarse 

su le piere piantae l'una su l'altra, 

trincere gnancora desfae. 

El putelo pissava su le guere, 

su l'istoria e le guide per foresti. 

Quale gorne sigava a lavri roti.


Le done 


L'una tacada a l'altra, in alti i brassi, 

dolor che no se sente ma se vede,

ste done (pararia le fosse done)

le saluda n'amiga, na compagna, 

destirada per tera, sensa vita, 

e nel racomandarla al dio dei morti, 

le fa l'istesso sesto de le rane.

In quel mondo de piera se moriva 

come 'desso se mor, tirando i spaghi, 

perdendo 'l fià, mocandosela in pressa. 

Croze no vedo, né girlande o fiori, 

nè preti che toribola in falseto. 

Morte no vien bestia de raso nero.


Do che fa l'amor 


Quei dò fa corpo ùgnolo in goduria,

incastrai ne la piera come un leto. 

Rame sbatue dal vento, va i so brassi 

navegando smarìi sensa memoria, 

fin a tocar le stele. El godi godi 

dura ancora, semensa sensa fruto, 

paradiso de carne consumada. 

Fursi quela figura zè na bestia 

che camina nel bòvolo del tempo. 


Omo dei tempi


Omo dei tempi, gò capìo 'l to segno 

lassà sura sta piera grande e lissa,

come un sigo, na voze, na parola. 

Me par de averte a pena molà geri 

al canton de na strada, o in mezo ai campi, 

o fra le spade d'un combatimento.

De sol, de lune, zè passà un scravasso 

fra mi e ti, da scaturir el sielo,

e mò 'l to segno zè na calda vena.

Gavemo amà, fra tanti strepiti, 

na donà, un fio, 'n àlboro, un fil de erba, 

na contentessa, un svolo, na speransa,

e gavemo cantà, gavemo pianto,

gavemo anca copà. Cain e Abele,

da novo, e 'l desperarse al suo momento, 

cofà na lege maledeta. Ancora

qua te sento fradelo: nostra mare

la ne ga dà a la luze spazemando,

un zorno ciaro, ti vestio de pele,

mi in te na morbia camara. Per caso,

son vegnuo su sti monti, e ne le crode

che ancora parla mi vivo e te lezo. 


Scrive Dante Maffia (poeta, romanziere e saggista) nell'introduzione a El putelo e 'l fiume": 


«La sua poesia si offre come un perfetto esempio di equilibrio espressivo, dove per equilibrio non è da intendere una chiusa misura lirica appena sbilanciata tra correttivi e contrappesi, ma la risultanza di molte componenti che concorrono a formare l'umore linguistico di El putelo e 'l fiume. Carminati è completamente fuori dalla linea petrarchesca e naturalmente per la qualità della sua lingua, del suo dire, per la scelta lessicale, per i modi  con cui affronta gli argomenti e non perché adopera il dialetto. Mi sono sempre domandato quanti danni sociali ed economici hanno prodotto Bembo e petrarchisti! Eppure l'alternativa fin dall'uscita di Prose della volgar lingua e degli Asolani. Non accadde nulla perché faceva comodo alla Controriforma? O quali altri elementi contrastarono un fenomeno, quello che Carminati chiama "petrarchismo alla veneziana"? Certo è che vinse il peggio e per secoli gli italiani dovettero accontentarsi di inseguire il sogno di Heidegger che essi avevano compreso, almeno negli oppositori come Baffo, Folengo, Venier, Cortese, Sgruttendio, e perfino nei rimatori napoletani del Quattrocento. Forse poi, quando si comprese la lezione di Heidegger, qualcuno cominciò a rileggere la storia della letteratura italiana, della poesia,  e con occhi diversi e a quel punto ebbero legittimità e attenzione poeti come Belli e Porta, Di Giacomo e Noventa, che altrimenti sarebbero rimasti sempre fanalini di coda, emarginati, "fenomeni" curiosi all'interno di un panorama più vasto che li comprendeva soltanto di striscio. [...] El putelo e 'l fiume è un libro importante sia all'interno dell'itinerario del nostro autore, sia nel panorama ampio della poesia in dialetto, della poesia. Carminati ha qui raccolto poesie tutte riuscite, tutte risolte poeticamente e linguisticamente.»


Siamo nel 2005 e succede questo:


«Non li avevo riaperti da almeno trent'anni i due cassettoni del trumeau situato nel mio salotto, e finalmente, per pura casualità il mese scorso mi sono deciso di guardarci dentro. Temevo di trovare tutt'al più dei fogli ingialliti, che a suo tempo avevo usato in qualità di minute o di brutte copie, con scritti d'ogni genere… Aperti, dunque, i due cassettoni, la mia sorpresa divenne piacevole stupore… la mia attenzione fu rivolta a testi poetici in lingua italiana, scovati in grande quantità. Lessi in fretta molti di quei fogli veramente invecchiati, sui quali figuravano, sia la mia firma che le date comprese nientemeno che tra 1946 e il 1970. Riconoscevo, commosso, il mio impegno di fare poesia vera, giovanile finché si vuole, ma non priva di problematiche interessanti e vivaci metafore.»


Nasce così, da un'improvvisa scoperta, la raccolta Pascoli di silenzio:


Questa luce 


Questa luce che pesa da lontano 

batte come collana che sfila

sul rovescio della mia mano.

Nelle vasche i pesci sono stanchi. 

Qualcuno si è infilato il pastrano 

e va a passeggio per il viale.

Fra poco avrà la nebbia nelle tasche,

diverrà statua di sale.


Pascoli di silenzio 


Pascoli di silenzio porta il vento 

e l'oro delle spighe maturate. 

Innalza il giorno l'ora più completa,

vibrano le radici della strada.

Il sasso copre un popolo di insetti 

ai margini dell'erba e non aspetta 

chi lo rivolti. Tutto rimarrà 

immobile chissà per quanto tempo. 

Chi avrà la forza di spezzare l'attimo?

Se all'improvviso zufola una canna,

il suono monocorde si sparpaglia 

lontano dove nessuno lo sente.


Parole indispensabili 


Inseguo voi, parole indispensabili,

puledri scalpitanti,

colonne basilari, aquiloni,

laghi tranquilli, isole serene,

palmizi tra sabbie sonore.


E voi respingo, disperatamente,

groviglio di serpi, 

ruote di macchine possenti,

violenze, perfidie, menzogne,

false muse, fattucchiere malefiche,

donne amate per pura passione,

ma rinnegate poi

per troppa presunzione.


Questo impegno di vivere


Questo impegno di vivere ostinato 

ci nascose i più vasti panorami. 

Con sottili nodi più volte 

abbiamo ricomposto i remi rotti 

della zattera di fortuna. 

Invano agli astri chiedemmo consiglio 

e guida alle correnti. 

Nessuno mai rispose al nostro grido. 


Afferrati da panico e stanchezza 

non ci conviene più navigare. 


Chi ha già letto questa raccolta, divisa in tre sezioni, si accorgerà di una compiutezza insospettabile, nonostante la giovane età dell'autore. Emerge - chiaramente - la contraddizione tra lo slancio vitale e la fugacità. Carminati è profondamente ancorato alla realtà, al cammino che tutti facciamo, solo che lui ha in più lo sguardo del poeta. Quello sguardo dove poesia e storia si incontrano sotto il grande albero dell'esistenza, con tutte le sue foglie. Appartato, con un'enorme conoscenza, egli ci aiuta a comprendere - ma anche ci instilla il coraggio di andare "oltre" - la distinzione tra particolare e universale, intuendo che c'è in questo presente leggero / qualcosa che non dura.


Leggendo Carminati si avverte ciò che io penso da sempre, grazie anche all'amicizia con Franco Loi: ha del miracoloso il sopravvivere della poesia in lingue popolari. Sembra quasi che, con l'abdicare dei popoli alle proprie lingue d'origine, sopravviva nei poeti un culto - non passatista o nostalgico - piuttosto quasi una devozione per ciò che rappresenta la presenza, sia pure "vinta", dell'altra faccia della nostra vita, dell'altra storia della nostra cultura. 


Glossario 


Rebaltà, rovesciati;

Pòcio, melma;

Pòari, poveri;

Sigà, gridato;

Cào, fondo;

Molarghela, smettere;

Megio, meglio;

Capa, conchiglia;

Fià, fiato;

Bruzemoghe, bruciamo;

Roversai, rovesciati;

Mazegni, macigni;

S-ciafi, schiaffi;

Colara, collera;

Giassai, ghiacciati;

Balegava, oscillava;

S-ciapo, stormo;

Cocai, gabbiani;

Sofegà, soffocato;

Vegnuo, venuto;

Dreto, dritto;

Sbaziva, morivano;

Verziva, apriva;

Cofà, come;

Semensa, semenza;

Impenio, riempito;

Zonto, aggiungo;

Siera, volto;

S-cianta, pizzico;

Ciapà, preso;

Naransa, arancia;

Guaive, come;

Tossego, veleno;

Girlandeta, ghirlandetta;

Cresser, crescere;

Spampanae, spampanate;

Peae, pedate;

Cavai, tolti;

Sbrindoi, brandelli;

Strasse, stracci;

Sbatuo, sbattuto;

Bail, badile;

Sapa, zappa;

Squarae, squadrate;

Cavessa, cavezza;

Bò, buoi;

Strassinar, trascinare;

Versor, l'aratro;

Scortegai, scorticati;

Buele, budella;

Nissun, nessuno;

Pissava, pisciava;

Gorne, grondaie;

Sgionfo, gonfio;

Leamer, letamaio;

Buzare, frottole;

Spuaci, sputacchi;

Snaroci, mocci;

Negarse, annegare;

Arzare, argine;

Sbregà, lacerato;

Spigoi, spicchi;

Recia, orecchia;

Sguaratarse,sciaguattare;

Trincere, trincee;

Desfae, disfatte;

Lavri, labbra;

Tacada, stretta;

Pararia, sembrano;

Destirada, stesa;

Spaghi, cuoia;

Ugnolo, unico;

Smarii, smarriti;

Fursi, probabilmente;

Bovolo, vortice;

Sora, sopra;

Piera, pietra;

Lissa, liscia;

Molà, congedato;

Scravasso, enormità;

Copà, ucciso;

Spazemando, spasimando;


Attilio Carminati nasce a Venezia nel 1922. Si è dedicato alla poesia fin da ventenne, con i libri Fronde sparte e Risveglio, ottenendo consensi di critici e letterati. Nel dopoguerra inizia a lavorare per il teatro e alcuni suoi testi sono stati rappresentati e messi in onda su Radio Nazionale. Del suo impegno come traduttore si è già detto. Del 1966 la raccolta Eravamo vento d'estate (Premio nazionale Illasi) e del 1967 Lettere al sole (Premio nazionale Il Gerione d'oro di Abano Terme). Si fa notare, per quanto riguarda il dialetto, in campo nazionale nel 1973 con la raccolta Piere rosse. Poi seguiranno: Requiem per un colombo (1978), Robert François Damiens (1980), Un fià de Bibia in venexian (1981), El pagiasso con la trombato (1981), Le Sene venexiane (1985), Versi d'amor per na gata (1990), Zornada bogia (1991), Sonetti veneziani a Gioacchino Belli (1993), Santi, Madone, Anzoi, Diavoi (1994), El putelo e 'l fiume (1996), El cantar ultimo (1998), 'N antro fià de Bibia in venexian (1998), Cinque composizioni ispirate da acqueforti di Gianni Trevisan (1999), Omo de casa (1999), Ai Amissi (2000), Le favole di Fedro (2002), Ai Amissi 2 (2003), Maratona - la Fatica e la Gloria (2005). Ha composto un testo teatrale in tre tempi: Quel omo che ga nome Francesco, reso in lettura, con molto successo nel 1988 dalla Compagnia "Teatro Veneto Vivo" nella Chiesa di Carpenedo (Mestre). Ha curato, le pubblicazioni Maffio Venier - Canzoni e sonetti (Corbo & Fiore editori in Venezia) e Poesie diverse, rispettivamente nel 1993 e 2001: un poeta e arcivescovo cattolico italiano (1550-1586) della famiglia patrizia dei Venier, da lui riscoperto. È stato tradotto in spagnolo da Angel Crespo e Fernando Quinones, solo per fare due nomi. Ha vinto nel 1999 il Premio "Noventa-Pascutto" con la raccolta ….quaechidun o calcossa ne compagna, sensa che lo savemo o imazinemo


Dal '39 al '65 si dedica allo sport agonistico, in particolare alla marcia. Fu in gara negli anni cinquanta con i più famosi Pino Dordoni e Abdon Pamich (nel '41 fu presentato al Duce a Palazzo Venezia, e solo qualche guaio fisico gli impedì nel 1952 di partecipare alle Olimpiadi di Helsinki poi vinta dal rivale e compagno nella squadra azzurra). Nel 1954 a Ponte San Pietro (Bergamo) veste la maglia azzurra nell'incontro con la squadra svizzera, e giunge terzo al traguardo. Lo chiamano "Il Marciatore Poeta", in virtù dei suoi canti ispirati allo Sport.


«Io Nasco poeta tanti anni fa, quando con due pietre in tasca per scacciare i cani mi accingevo all'allenamento notturno lungo le strade del Lido. Alle tre di notte uscivo per fare i miei 30/40 km e ritornavo a casa quando la gente andava al lavoro. Mi ero preparato una tabella di marcia, ero diventato l'allenatore di me stesso! Ricordi stupendi, poesia! Già, perché nella notte mi era fedele compagna la poesia: recitavo versi, componevo, cantavo; cantavo anche nelle gare ufficiali: quando superavo gli avversari io cantavo. Nello sforzo trovavo sollievo, conforto alla mia solitudine, esaltazione.»


Non trovate belle queste parole, amici lettori. Quanto può essere grande la Poesia!


La Saga della centochilometri stampata a Venezia viene definita dal "Corriere dello Sport - Stadio" di Roma "degna di figurare nella letteratura sportiva del nostro tempo". Gianni Brera pubblica nel suo giornale "Becco giallo" l'ode a Pietro Mazza composta da Carminati, per esaltare il connubio dello sport con la poesia vissuto da un atleta che sapeva anche esprimersi in versi.


Note


¹ Femo l'amor in sta bicoca vecia,

fora, la neve fa 'l molin al vento, 

el sielo tira oche al sentimento,

per le sfeze el ne siga in te na recia.

(Facciamo l'amore in questa vecchia topaia, / fuori, la neve sta mulinando, / il cielo tira bestemmie al sentimento, / per le fessure ci urla in un'orecchio.)

dalla poesia Lezendo la Strazzosa de Maffio Venier in El putelo e 'l fiume. 


² L'enigmatico Villon nasce a Parigi nel 1431. Orfano di padre, fu accolto in giovane età da maitre Guillame de Villon, decretista e cappellano di Saint-Benoit-le-Betournè, nei pressi della Sorbona, che si occupò della sua educazione e che gli diede il suo nome. Nel 1440 ritorna in Francia, dopo 25 anni di prigionia in Inghilterra, il duca Charles d'Orleans, raffinato poeta:


Dio, com'è bella! e quanto

sempre, a guardarla, è tutta un dolce incanto!

Della beltà che in lei

sempre si spiega io mai sazio sarei.


Stanco giammai: la sua beltà, a guardarla,

sempre si rinnovella;

sempre ad ognuno parla

e di grazia e d'amor. Dio, com'è bella!


Di qua e di là dal mare

più remoto, e per ogni

terra, non c'è chi le assomigli: appare

quale solo nei sogni

per forse una beltà. Dio, com'è bella.


Straordinaria questa lirica.


Il duca si ritira ben presto a Blois circondandosi di poeti e letterati. Nel 1455, a giugno, in una rissa, Villon ferisce a morte il prete Philippe Sermoise e sparisce da Parigi. Nel gennaio 1456 ottiene delle "lettere di remissione" o "di grazia" e rientra nella capitale. Ma nello stesso anno partecipa ad un furto con scasso di 500 scudi in un collegio. Inizierà da qui la sua vita errante. Tra il 1457 e il 1460 viene generalmente collocato il soggiorno di Villon alla corte del duca di Orleans. Nel frattempo l'inchiesta sul furto non s'è fermata. Arrestato uno della banda, racconta tutti i particolari e fa i nomi dei complici precisando la parte avuta dallo stesso Villon, che verrà imprigionato nel 1461. Asceso al trono Luigi XI verrà concessa una amnistia. Ma è recidivo e verrà arrestato di nuovo per furto. Rilasciato sarà coinvolto in altre risse in cui verrà ferito un notaio. Il poeta è arrestato, imprigionato allo Chatelet e, in considerazione dei suoi cattivi precedenti, condannato a morte per impiccagione. Nel 1463, avendo fatto ricorso, la sentenza viene annullata. Lascia Parigi il 9 gennaio. Da questo momento di lui si perderà ogni traccia.

La prima edizione delle opere di Villon a noi pervenuta è del 1489. La data della morte è tuttora sconosciuta. 


Alcuni commentatori sono arrivati a dubitare che sia davvero esistito un uomo chiamato François Villon tanto che Jean-Claude Mühlethaler introduce la sua traduzione in francese moderno delle poesie di Villon con l'ipotesi che «Villon» fosse lo pseudonimo di un dotto giurista bene informato sui pettegolezzi della Parigi a lui contemporanea. Si può considerare il primo poeta maledetto. 


Ecco allora, amici lettori, un esempio della sua poesia maledetta:


Sia che le bolle in giro tu porti,

che imbroglione tu sia o baro ai dadi,

coniator di moneta, e ti scotti

come quelli che son sbollentati

vili spergiuri, privi di fede;

che rubi, arraffi, compia rapine:

dova va il frutto, non lo si vede?

Tutto alle bettole e alle sgualdrine.


Rima, motteggia, strimpella, suona

Cembalo e liuto, abbietto giullare;

fa’ scherzi e imbrogli, piffero intona;

in città e borghi va’ a recitare

e farse e ludi e moralità;

vinci a birilli, a carte, a che fine?

Tanto! ascoltate, poi se ne va

Tutto alle bettole e alle sgualdrine.


Tu le rigetti tali sozzure?

Va’ campi e prati ad arare e mietere,

cura e governa cavalli e mule,

se in alcun modo non sai di lettere;

se ti accontenti, viver ti è dato.

Ma se strigli la canapa, infine

Non dai il lavoro da te sudato

Tutto alle bettole e alle sgualdrine?


E brache, vesti, giubbe aghettate,

tutti gli stracci vostri, alla fine,

prima di far peggio, portate

tutto alle bettole e alle sgualdrine.