La poesia di Bino Rebellato
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Bino Rebellato, l'umile amore dell'essere nascosto

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Bino Rebellato, l'umile amore dell'essere nascosto

Chi ti sta a cuore sopra ogni cosa

e più profondamente vuoi conoscere

è in nessun luogo

e da per tutto.

 

La poesia, quando è vera, non è mai l'espressione immediata di un'emozione, di un sentimento. È invece qualcosa di mediato, è un'emozione "esatta", come diceva T. S. Eliot, proprio perché è chiamata a giustificare il suo stato di necessità. Certo, cosa ardua da afferrare, se volete, ma la poesia esprime la dimensione più originaria del linguaggio, che ha una potenza propria e che, in origine, non serve a definire. Una potenza a cui apparteniamo perché "siamo nel linguaggio".

Ed è una potenza che è appartenuta - tutta - a Bino Rebellato, la cui poesia, nella seconda metà del secolo scorso, è passata incomprensibilmente sotto silenzio.

Compresa e apprezzata da pochissimi, la sua è una testimonianza poetica di notevole spessore, che ha sì "consumato" il tempo in cui viveva, ma che - alla fine - è riemersa tramite una superiore tensione di verità della parola e dell'uomo.

 

Non ho mai scritto il verso

 

Non ho mai scritto il verso

che per tutta la vita

ho sognato di scrivere.

 

E non ho mai saputo

il vero puro timbro

della mia voce.

 

Di sorprenderla

ogni giorno m’illudo

in attimi di grazia

immacolata come l’alba

prima del mondo.

 

Dalla mia lingua muta

parla una voce

che non conosco.

 

Spogli di ciò che fummo

 

Il mio paese

ha consumato

il tempo del patire;

 

                 portici rive spalti

case traverse piazze torrioni mura

                variano ad una

                voce

che appena arriva.

 

Docili al suo richiamo

                   spogli di ciò che fummo

seguiamo il muoversi leggero

                  di un mattino

portato via dal vento.

 

«Nella poesia di Bino Rebellato – scrive Giacinto Spagnoletti – si avverte il primo risoluto proposito che sta alla base della lirica moderna, e non solo italiana: quello di creare un’armonia del dicibile, spingendo la tensione di tutto l’essere / a una parola.»

Versi tratti dalla raccolta di liriche L’ora leggera (1989), che stanno «ad indicarci il senso interno, e sicuro, di un rapporto mantenutosi costante attraverso il tempo e le occasioni, che per Rebellato sono stati ogni volta dominati dal suo fuoco spirituale.»

 

Una poesia capace di far proprio il tumulto della realtà esterna, un "procedere insieme" dell'uomo nella religione delle cose, in un unico corpo d’amore:

 

come se fossimo vibrazioni e voci

portate via dall’aria

che pulisce i ghiareti,

le piantine dell’orzo nate ieri.

 

Un'antica abitudine

 

A un certo punto

ci prende un'ombra

e non sappiamo più chi siamo

e perché siamo qui.

L'estate brucia gli occhi

avvampa la montagna

tenebra fuoco immensità di un altro mondo.

All'orlo ci trattiene ancora

un'estrema pazienza,

un'antica abitudine del nostro povero dire

spento e vivo

in altri che saranno,

remota nella mente che ci assume.

 

È l'ora che una voce

 

È l'ora che una voce

intorno al vecchio tavolo racconta

il dolore dei giorni e delle notti

sepolti nella terra

a fare posto al cielo;

 

l'ora dei formidabili gironi

intorno all'orto

profondo e silenzioso

che attraversi a vedere uccelli fermi

sulla vera del pozzo.

 

Nei suoi versi si respira quella meravigliosa armonia che guarda le cose disposte nel loro essere naturale, vicino alla vita e vicino alla morte.

 

Andrea Zanzotto nel saggio “Luoghi, ragioni e altro di Rebellato” pone l’accento sullo spiritualismo dell’opera del poeta di Cittadella. Certo uno spiritualismo di origine cristiana, ma che non è solo religioso. Ci sono anche elementi che provengono da un senso panico, acuto e pervadente. E ci sono, scrive Zanzotto, «anche altri stimoli, altre ragioni che lo hanno condotto alla mossa finezza del suo dire poetico intimistico e insieme, per contro, alla partecipazione al vissuto sociale, pur se al di fuori di ogni ideologismo.»

Stimoli come «l'amore del canto gregoriano, che di per sé pare nato per donare equilibri sottili e un senso di benigna misura, anche al di là del presupposti religiosi. Ed ecco, al polo opposto, ma non meno importante, il fresco adolescenziale amore di Rebellato per lo sport e sommamente per la bicicletta… un continuo tu per tu con le siepi, le foglie, le erbe, i fossati occhieggianti, entro lo sgranarsi dei giorni e delle stagioni, entro la meravigliosa lena metamorfica della natura, agreste e non. Gli orizzonti campestri, così ben connessi in spazianti geometrie e nell’errabondo serpeggiare dei viottoli (fino ai vicini colli o ai monti) sono stati l’habitat di Rebellato e hanno condizionato il suo inserirsi nella natura stessa

 

Senza di me

 

Passo tra le viti

e tocco le perle delle gocce sui tralci:

è con me.

 

È con me una fanciulla

che crede ancora agli angeli.

 

Cerchiamo i fiocchi rossi del trifoglio

in fondo al campo.

Sono con lei

senza di me.

 

L'ora leggera, I

a una mia antica cittadella

 

l'ora leggera che riposa

i fantasiosi portici coi vasi

di geranio davanti alle vetrine

un poco in ombra;

 

l'ora de la Stradèa deve Piègore

col pajaro, 'a casona col so cuerto

basso de paja

che puoi toccare;

 

l'ora che dae barchesse ròdoa fora

bote botoni seste caratèi

immentre bùega spanto fin soe man

el mosto co'or sangue;

 

l'ora de dire ciao, de qua dai viri,

a gesti, a le putèe co in man tarìne

cìcare scuèe guantiere piati orlai

col viola dei ocioni;

 

l'ora de la tovaglia grande a righe rosse

col pan e vin de 'a nostra tera

da consumare pian pianèo vissini

cofà a 'na Comunion.

 

[Stradèa dee Piègore: Stradella delle Pecore, dal nome medievale di questa via, come di altre, all'interno del centro di Cittadella; pajaro: pagliaio; cuerto: tetto; ròdoa fora: rotolano fuori; bùega: bulica; viri: vetri; tarìne: terrine; cìcare: tazzine; scuèe: scodelle; guantiere: vassoi; pian pianèo: pian piano; vissini: vicini; cofà: come]

 

Non da meno, in questo poeta e intellettuale appartato - Adoro l'umile amore dell'essere nascosto / in tutto ciò che ami e sogni - è la produzione in dialetto, nella variante dell'altopadovano, una lingua in uso nella sua Cittadella in un'area compresa tra il fiume Tèrgola e la palude di Onara, ora area protetta. Un dialetto definito da Rebellato un umano Senza-Tempo, un osservatorio privilegiato "sul" e "del" senso delle cose, che per il poeta rischia di scomparire, portandosi via anche l'ultima "radice viva del nostro essere".

 

'Na bea matina

 

'Ntel pantan de vermi che so mi

gnen drento tuto ’l gòdarse

de ’a bea matina. Canpi taraji

visèe fiuri nuvoe no i ga gnente

de ’a legra furia

che me rabalta.

Ghe n’avesse na s’cianta

osèi montagne buschi malghe çiéo

che gnancora se move.

 

[Una bella mattina. In questo pantano di vermi che sono io / viene dentro tutto il godersi / della bella mattina. Campi terragli / vigne fiori nuvole non hanno niente / dell'allegria furia / che mi stramazza. / Ne avessero un poco / uccelli montagne boschi malghe cielo / che ancora non si muovono.]

 

Che miracoo 'l ciaro!

 

Rovessà drenato 'a fonda

busa 'l muro

de le tere

e desfantà 'l caivo

su pal cavìn a sarpente fra làrasi e salgari

che miracoo 'l ciaro!

 

[Che miracolo il chiaro! Rovesciato dentro la fonda / buca il muro / delle terre / e sparito il nebbione / su per il sentiero a serpente tra larici e salici / che miracolo il chiaro!]

 

No sarìa pi mi

 

Strasporta canpi

de papaveri russi

on fulminante ciaro

che brusa i òci.

Se 'l me tocasse indrento,

come che 'l toca 'e vene

de 'a me tera

 

no sarìa pi mi,

ma 'e me paròe!

 

[Non sarei più io. Trasporta i campi / di papaveri rossi / un folgorante lume / che brucia gli occhi. / Se mi toccasse dentro, / come tocca le vene / della mia terra // non sarei più io, / ma le mie parole!]

 

Per Rebellato la lingua è soltanto il dialetto nel suo illimitato divenire… non muore neanche con la morte del pianeta terra.

 

«Passa cioè dentro di noi una forza di cui sappiamo molto poco e che pure ci appartiene a tal punto che senza di lei non ci saremmo. Non c'è dubbio che in dialetto, e specie nella sua mirabile reinvenzione del Folengo, Bino ci abbia dato piena e alta poesia originale, ma egli non ha mai abbandonato quel suo italiano, nel quale è pur sempre possibile sentire sia la voce intima e domestica, popolare dell'amicizia, sia quell'ignoto verso cui e da cui ogni lingua umana proviene e consiste.», ha scritto Marco Munaro nella bella e intensa prefazione a In nessun posto e da per tutto. Poesie 1929-2004 (Biblioteca Cominiana, 2005), che raccoglie la "summa" poetica di Rebellato.

 

Una poesia che sa offrirci tessere di un diario di vita, che ha radici profonde nel mistero dell'esistenza del sé, dell'altro, della Natura.

Una ricerca personale, quella di Rebellato, accompagnata da una sotterranea trasfigurazione del paesaggio, che non è solo un abbracciare il mondo in senso panico, ma una volontà costante di potersi salvare da un possibile naufragio della coscienza.

Una ricerca che non ha mai smesso di interrogarsi sul senso della poesia:

 

Questa nostra povera

opera di ogni giorno

che qui non ha radici

e non muove da noi,

che dolorosamente avanza nei millenni

 

scrisse in un componimento dedicato all'amico Carlo Betocchi.

 

Come ben ha scritto Marco Munaro, «Nessun poeta, se non Saba, ha avuto il coraggio di cancellare il suo intero passato, come Bino, di bruciarlo in un esercizio quotidiano, instancabile e trascendente, perché apparisse una superiore verità.»

 

C'è un'armonia remota nella raccolta In nessun posto e da per tutto, contenente le poesie riscritte dell’autore nell’ultimo periodo e alcuni inediti, dove Rebellato sembra far suo, rovesciando la frase, il monito di Seneca nelle "Lettere a Lucilio": Chi è dappertutto, non è da nessuna parte.

 

«Ci sono poeti, in ogni epoca che per riservatezza o pudore – scrive Otello Fabris nella presentazione del libro “Il verso mai scritto. La poesia di Bino Rebellato”, che raccoglie gli interventi del convegno di studi svoltosi a Cittadella e a Campese di Bassano del Grappa l’8 ottobre 2005 – rimangono a lungo conosciuti solo da una ristretta cerchia di amici d’elezione, ma con gli anni giungono a far conoscere in ambito più vasto l’essenza della loro opera e l’orizzonte intensamente vibrante della loro creazione.»

 

Da quanti anni aspettavamo

 

Da quanti anni aspettavamo

di arrivare qui,

 

a questo piccolo paese

di pianura, fatto

 

di lunghe siepi ed aie con nemmeno

un'ombra di paura.

 

Lunghi anni abbiamo vissuto

per giungere a quest'ora

 

di semplici parole

che fanno l'amicizia.

 

Notizia

 

Bino Rebellato nasce il 15 gennaio 1914 a Cittadella, l’unica città murata di tutta Europa ad avere un Camminamento di Ronda medievale, di forma ellittica e completamente percorribile:

 

La Cittadella dei bei giorni

che tagliano la rossa emissione delle mura

e muovono il paese a nuovi cieli,

 

il paese rotondo

con torresini, beccatelli e merli,

quando le bianche lepri

recano odore di bosco

con fili d'erba in bocca lungo i portici

e vetrate a colori a mezzogiorno.

 

La nostra Cittadella

quando in un verde fuoco si apre l'orizzonte

e sui profondi prati avanza l'orbita a far posto

al millenario Sogno.

 

Inizia a scrivere versi fin dal ginnasio.

Iscritto alla facoltà di Lingue e letterature straniere all'Università di Venezia, insegnerà poi nelle scuole elementari.

Richiamato in guerra nel 1939, nel settembre del '43 si unisce alle formazioni partigiane e sarà Comandante di un reparto della Divisione Monte Grappa:

 

Resistenza

 

Nascosti nelle macchie e nelle pozze

del mio gelido Brenta,

poveri illusi

armati solo delle nostre idee.

 

Giorni d'ingenua fede

giorni di sogno

e redenzione;

 

giorni spenti,

giorni distrutti,

giorni di nessuno,

arida sabbia e sterpi.

 

Sfuggito più volte alle SS, che volevano ucciderlo, rientra a casa il 30 aprile 1945.

 

Nel 1953 fa conoscere le sue poesie e gli viene assegnato il "Premio Nazionale Siena" per merito di Massimo Bontempelli, Corrado Govoni e altri.

Sempre lo stesso anno fonda il "Premio Cittadella", uno dei primi e più importanti concorsi nazionali di poesia, con inizialmente in giuria Diego Valeri e Carlo Bo (tra i vincitori: Giorgio Caproni, Giovanni Giudici, Alda Merini, Amelia Rosselli; fra i poeti stranieri: Edmondo Jabès, José Maria Valverde, Charles Tomlinson, Lars Gustafsson) e tra gli ospiti, ben 5 volte, Ezra Pound.

 

Principalmente conosciuto per la sua attività di editore, le sue molteplici passioni - poesia, incisione, musica, disegno - lo hanno portato nel tempo a frequentazioni importanti (Andrea Zanzotto, Biagio Marin, Mario Luzi ed altri).

 

Tra le sue opere si ricorda:

Poesie, prefazione di Diego Valeri (Rebellato, Padova, 1954; Il tempo infinito. Poesie di Bino Rebellato (1954-1959), con testimonianze di Betocchi, Bo, Caproni, Ungaretti e altri (Rebellato, Padova, 1959); Inni brevi alla gioia 1933-1934 (Bertoncello, Cittadella, 1975)

Da una profonda immagine (Rusconi, Milano, 1980); L'ora leggera (Scheiwiller, Milano, 1989); Il mio Folengo in dialetto veneto (Scheiwiller, Milano, 1995). In nessun posto e da per tutto. Poesie 1929-2004 e venti disegni dell'autore, a cura di Marco Munaro (Biblioteca Cominiana, Padova, 2005), poi ripubblicato da Il Ponte del Sale nel 2016, senza i disegni, ma con gli autografi di alcune liriche del poeta.

Di notevole importanza, per capire la figura di una delle voci più alte del nostro Novecento, gli Atti del convegno nazionale di studi tenutosi a Cittadella e a Campese di Bassano del Grappa nell'ottobre 2005: AA.VV., Il verso mai scritto: le poesie di Bino Rebellato, a cura di Otello Fabris, Enrico Grandesso (Nicolodi, Rovereto, 2006).

È poi inserito nell'antologia Un altro Veneto. Poeti dialettali fra Novecento e Duemila, a cura di Maurizio Casagrande e Matteo Vercesi (Edizioni Cofine, Roma, 2014).

 

Muore a Cittadella il 18 luglio 2004, lavorando sino agli ultimi giorni alla revisione dell'intera sua produzione poetica. Perché, sempre

 

C'è una poesia

che abbaglia

e non si vede