Michael Connelly, nel suo ultimo libro, conferma la sua abilità di autore di thriller
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Il giorno dell’innocenza

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Il giorno dell’innocenza

Il successo della narrativa sta tutto nei personaggi”, ha avuto l’occasione di affermare Connelly, uno dei maggiori autori di thriller al mondo. Ecco, allora, che nel suo trentottesimo romanzo riunisce i due supercampioni: sono i personaggi forti usciti dalla sua penna e cresciuti assieme a lui, nel tempo, attraverso storie coinvolgenti che abbiamo potuto conoscere anche in fortunate trasposizioni televisive e cinematografiche; e che qui si suddividono equamente la scena.

Il primo dei due, Hieronymus “Harry” Bosch, detective della Omicidi nel corpo di polizia di Los Angeles, a un certo punto lascerà questo ruolo, lavorando per alcuni anni come investigatore privato, per tornare poi a occuparsi, nella polizia, di casi irrisolti. In questo romanzo lo vediamo, ormai vecchio e malato di cancro, alle prese con un protocollo sperimentale di terapie.

Il secondo personaggio, Michael “Mickey” Haller, è comparso successivamente nella produzione di Connelly. Di professione avvocato, come il padre, non ha un vero e proprio studio, ma lavora nella sua auto, una Lincoln trasformata in ufficio mobile, ricorrendo alla collaborazione esterna di una segretaria (sua ex moglie, rimasta con lui in buoni rapporti) e di un investigatore privato.

Già in precedenti romanzi i due personaggi, che tra l’altro sono fratellastri, si son trovati a percorrere insieme vicende che li hanno avvicinati, pur avendo personalità diversissime. In quest’ultima indagine, un vero e proprio Legal Thriller, il loro rapporto è più stretto: Haller ha assunto Bosch perché possa avere un’assicurazione privata, così da farlo entrare - come dicevamo - in un programma sperimentale di cura. Quest’ultimo, dunque, si trova a fargli da autista.

Da quando Haller è riuscito a riportare alla vita civile un galeotto incarcerato per anni, dimostrando la sua innocenza, è travolto da valanghe di richieste da carcerati, che si proclamano altrettanto innocenti e gli chiedono di dimostrarlo.

Bosh è “delegato” dal fratellastro a scegliere, col suo finissimo istinto, i possibili casi vincenti. E lui viene catturato dalla lettera di Lucinda Sanz, accusata di aver ucciso il suo ex, un poliziotto; è una lettera piena di errori di ortografia, che lo colpisce soprattutto per l’ultima riga: “L’avocatto mi disse che dovevo esprimermi colpevole, altrimenti mi darebbero l’ergastolo per aver ucciso un poliziotto”.

Parte così la storia che si snoda attraverso colpi di scena, che naturalmente non posso svelare, e che ci avvince in un crescendo finale.

Posso dire però che Haller, mentre cerca di portare alla resurrezione alcuni accusati incolpevoli, percorre anche una strada personale verso la luce, verso la propria resurrezione, imprimendo un punto di svolta nella sua carriera, persuaso ormai che essere un bravo avvocato significa andare in soccorso delle vittime di ingiuste sentenze.

Connelly si guarda bene dal propinarci, nei suoi libri, dei sermoni politici, ma la politica e i mali della società fanno capolino dal contesto di cui sono intessute le storie, e che lui cerca di rendere sempre più realistico possibile, fino a citare e descrivere fedelmente le vie, i quartieri, i locali dove i protagonisti vanno frettolosamente a mangiare. In questo caso, Lucinda Sanz è nata negli Stati Uniti, ma la famiglia proviene da Guadalajara, Messico, quindi fa parte di quelle minoranze con le quali il sistema giudiziario americano è poco amichevole, per usare un eufemismo.

Connelly mi piace molto per il ritmo che imprime alla narrazione. Non si perde tempo con descrizioni o divagazioni superflue: ogni capitolo aggiunge elementi, indizi che coinvolgono il lettore e lo conducono verso il botto finale. Così, fanno i maestri del genere. È una buona letteratura, quella di Connelly, che consiglio a partire dal suo primo “La memoria del topo”, e via via, nell’ordine, con tutti gli altri, che personalmente ho letto con piacere.