Letture: "4 3 2 1” di Paul Auster
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- Notizia pubblicata giovedì 10 luglio 2025
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- Scritto da Liana Isipato
Le 951 pagine, dedicate dall’autore alla moglie Siri Hustvedt, fanno di questo libro un azzardo per chi non possieda un leggio o due robuste braccia; d’altra parte si tratta di un’ opera che contiene quattro romanzi in uno. E’ necessario leggerlo quando si disponga di parecchio tempo libero, per non interrompere a lungo la lettura e per rimanere concentrati,
Il protagonista delle quattro storie è la stessa persona, Archie Ferguson, nato da una famiglia ebrea a Newark nel 1947, ma i percorsi della sua vita seguono quattro diversi sviluppi, durante la formazione che va dall’infanzia in poi, nell’arco di circa un ventennio. L’autore vuole dirci che una vita non basta a sviluppare le innumerevoli potenzialità di un’esistenza. Nella nostra vita reale restano, sullo sfondo, altri possibili ‘noi’ inespressi, nella mancata scelta di alternative che ci vengono offerte.
Per i più coraggiosi, e io ne faccio parte, la lettura può essere affrontata di seguito, pagina dopo pagina, riuscendo a orientarsi fra i diversi capitoli in cui, ad esempio, dopo aver conosciuto Archie adolescente lo rincontriamo ancora bambino, con persone diverse, in luoghi diversi, in situazioni completamente nuove o solo con lievi sfumature differenti.
Per chi invece avesse problemi di memoria e di orientamento, la scelta più comoda potrebbe essere quella di seguire prima tutto il filone 1, poi il 2, e così via. L’autore procede infatti dedicando a ogni vita un capitolo:1-1, 1-2, 1-3, 1-4 e ricominciando con 2-1, 2-2, 2-3, 2-4 e così via.
Siamo, insomma, davanti alle famose sliding doors, porte metaforicamente scorrevoli dell’esistenza, che possono aprire la vita a sentieri dal diverso destino; come, in effetti, capita a ciascuno di noi, che per una serie di casualità più o meno fortunate ha visto la propria vita prendere una certa piega anziché un’altra. L’autore approfitta dei percorsi presi dall’esistenza di Ferguson per catapultare il lettore in diversi contesti sociali, in particolare quelli tra gli anni ’60 e ’70, con le proteste per i diritti civili, l’assassinio di Kennedy, la ribellione studentesca nelle università, la guerra nel Vietnam. “Ferguson e i suoi amici si rendevano conto di vivere in un mondo irrazionale, in un paese che assassinava i suoi presidenti e legiferava contro i suoi cittadini e mandava i suoi giovani a morire in guerre senza senso”.
Appassionarci alle vicende del protagonista significa anche conoscere, assieme a lui, persone interessanti e affascinanti; per prima, la madre Rose, una donna bellissima, sensibile e creativa, suo punto di riferimento, ma anche i compagni di college, l’editore inglese che pubblicherà il primo romanzo del Ferguson-scrittore, la seducente e fluida Vivian, che lo introduce nell’élite intellettuale parigina.
In tutte le quattro differenti vite di Ferguson rimane però fissa una presenza ‘forte’, quella di Amy, il suo grande amore incompiuto. Un sabato, seduti su una panchina a New York “Ferguson ed Amy cominciarono a baciarsi, si lanciarono d’istinto, all’improvviso, le bocche s’incastrarono, le lingue guizzarono e i denti si urtarono in uno squisito bagno di saliva, l’eccitazione istantanea nella turbolenta regione del bassoventre dei loro corpi post-puberali, e continuarono a baciarsi con un tale abbandono che avrebbero potuto divorarsi se Amy non si fosse staccata di colpo scoppiando in una risata, una risata affannosa, sbalordita, che fece ridere anche Ferguson. Cavolo, Arhie, disse. Basta, se no fra due minuti ci strappiamo i vestiti. Si alzò e gli tese il braccio destro. Avanti, testa matta, torniamo a casa.”
E un libro, quello di Auster, che ci arricchisce anche attraverso le citazioni di film famosi (mamma Rose è una cinefila e porta Archie al cinema quasi ogni giorno), di musiche, di opere letterarie, sempre con uno stile elaborato ma ‘semplice’, fresco, palpitante, di chi ha vissuto personalmente il contesto politico-sociale-culturale che fa da sfondo al romanzo.
Una lettura lunga e impegnativa, dunque, ma …niente “Sbadigliopoli”!