Giuseppe De Santis analizza una poesia di Giacomo Leopardi
Vai al contenuto della pagina

Per una lettura della poesia di Giacomo Leopardi, Imitazione.

Sottotitolo non presente

Leggi l'articolo

Per una lettura della poesia di Giacomo Leopardi, Imitazione.

Per una lettura della poesia di Giacomo Leopardi, Imitazione.

 

 

Imitazione(*) (XXXV)

 

Lungi dal proprio ramo,

Povera foglia frale,

Dove vai tu? – Dal faggio

Là dov’io nacqui, mi divise il vento.

Esso, tornando, a volo

Dal bosco alla campagna,

Dalla valle mi porta alla montagna.

Seco perpetuamente

Vo pellegrina, e tutto l’altro ignoro.

Vo dove ogni altra cosa,

Dove naturalmente

Va la foglia di rosa,

E la foglia d’alloro.

 

Mi colpì la sua estrema semplicità. Anche la semplicità può essere un sentimento, un umore, a volte solo un vezzo come il contrario la complessità, o soltanto un momento, un tacito abbandono, una nota lieve, soffusa, che di un bagliore segni il tempo: il mistero che insegue o conduce il nostro destino. Se la tenerezza è il segno distintivo di un trasporto, di un amore, della dolcezza di un canto; ebbene qui si canta la vita, e l’amore è per la vita nella sua corsa verso l’ultimo approdo. Lieve è la malinconia, tragico è l’evento, appena percepibile il dolore, una spruzzata di vento o poco più.

Non si sa dove e come collocare questa poesia. E forse neppure Leopardi lo sapeva. Nell’edizione Starita dei Canti, nel 1835, segue la Palinodia. Ranieri la colloca dopo La ginestra, accentuando forse il suo aspetto drammatico(1) ma, nella sua mestizia e semplicità poetica, si potrebbe apporre ovunque: a epigrafe, così come prologo o come epilogo. Nasce forse come apologo. Non è un idillio, anche se effonde note idilliche. Di certo è ben lungi anche dal solco tragico e amaro del ciclo di Aspasia. Lontana è pure dalla ricchezza evocativa de La ginestra. Se non fosse così cruda e semplice sembrerebbe un gioco, ma gioco non è, se non per la simmetria e la coerenza.

Anche sulla data di composizione vi è più di qualche dubbio. Muscetta ritiene molto arrischiate le ipotesi che la vorrebbero composta nel 1818, “perché in quest’anno Leopardi poté, nello Spettatore di Milano, in testa a un articolo intitolato La Malinconia, leggere la favola dell’Arnault”, da cui poi liberamente tradurre il testo(2). Così come ritiene troppo tardiva la data proposta da Mestica tra il 1831 e il 1835. Per ragioni di contenuto e stile, Muscetta la collocherebbe “tra quella produzione gnomica (1823), antecedente alle Operette morali, quando la vena del Leopardi divenuta così fievole, s’illimpidisce in rivi tanto più luminosi e cristallini, quanto più roccioso era divenuto il fondo dell’essere suo”. E cioè all’epoca del Coro dei morti e dei frammenti imitati da Simonide(3).

A parte la considerazione critica, forse un po’ retorica ma altamente istruttiva, nulla ci vieta di affidarci ad altre congetture e analisi, d’altronde lo stesso Muscetta ci dice che di questa poesia mancano abbozzi o varianti, e dunque spie di un percorso compositivo e di datazione. Ma poi è davvero così importante datarla? Alla fin fine potrebbe anche essere e solo un esercizio d’Imitazione molto riuscito de La feuille di Arnault. Ma se anche fosse così, nulla toglierebbe alla sua importanza e alla sua bellezza: qualunque sia l’oggetto, la forma, il significato di una poesia, l’essenziale è che tutti la riconoscano come tale.

E cos’è per Leopardi poesia? Di certo “l’utile non è il fine della poesia benché questa possa giovare(4)”. E non si misura neanche dal bello, giacché possa gradire. Ma “dalla più perfetta imitazione della natura(5)”.

 

“Più ci diletterebbe una pianta o un animale veduto nel vero che dipinto o in altro modo imitato, perché non è possibile che nella imitazione non resti niente a desiderare. Ma il contrario manifestamente avviene: da che apparisce che il fonte del diletto non è il bello, ma l’imitazione(6)”.

 

Nell’imitazione è “il fonte del diletto”, il desiderio che ha l’uomo di provare piacere, di amarsi e amare. L’immaginarsi di essere unico è la conseguenza di questo amore illimitato e infinito. Ne viene che il piacere non si dà o si prende come legna secca, ma è un sentire, un tendere verso un’idea o un oggetto creato dalla fantasia. Se così non fosse il piacere svanirebbe e si perderebbe nei rivoli di mille pensieri e descrizioni, e l’imitazione, cadendo sopra cose ignote, non produrrebbe la stessa meraviglia.

La scrittura è magia o arte di rappresentare con parole i pensieri e suscitare sentimenti. Arte difficile anche per chi vuole imparare e sempre a rischio di essere persa per eccessiva semplificazione ed esattezza. E dove non ci sono difficoltà, non vi è neppure meraviglia, soprattutto se gli strumenti che si usano sono troppo facili e ovvi: “cosa contraria alla dignità e alla meraviglia dell’imitazione(7)”. Con il rischio, poi, di confondere l’arte del poeta con le mediocri rappresentazioni di ogni società in ogni tempo, senza che alcuno ci ravvisi la meraviglia o l’opera del genio.

Ma abbiamo fondato motivo di credere che a Leopardi non sfuggisse neppure il concetto di “imitazione” del padre Daniello Bartoli cui la “maraviglia” riconduce.

 

“La prima maniera di rubar con lode è imitar con giudicio(8)”.

 

Per il gesuita ferrarese, chi non riesce per via di un impedimento a guardare lontano, salga sulla cima di una torre e guardi verso l’orizzonte. Chi non ha fantasia di un bel paesaggio, cerchi e prenda modello nella luce, tra le ombre, nei contorni delle figure dei più valenti pittori. Così all’ingegno sono gli scritti dei bravi maestri di lettere, o i versi dei grandi poeti, che applicati con ammirazione, a poco a poco, improntano l’anima di un simile dire.

 

“Chi di questa maniera ruba ad altrui, felicemente ladro, poco toglie, molto aggiunge, tutto fa suo. Senza danno dello scrittore a cui tolse una scintilla per farne un sole…(9)

 

L’insieme di significati indotti da Leopardi nel titolo, dunque, ci riconduce anche a Daniello Bartoli. Tra il 1821 e il 1823, varie volte nello Zibaldone si fa riferimento a pensieri che riguardano il gesuita ferrarese e sempre molto lusinghieri. Ora viene considerato il Dante della prosa italiana; ora è tale l’efficacia di alcune sue espressioni che “disgrada lo stesso Dante, e vince non solo la facoltà di qualunque altro scrittore antico o moderno, di qualsivoglia lingua, ma la stessa opinione delle possibili favelle(10)”. Il suo stile fa addirittura disperare di poter mai conoscere compiutamente le forme che la lingua italiana può assumere. È nello stesso tempo coraggioso, ardito, innovativo e ligio alla tradizione. Insomma un modello di lingua e stile, e anche di maestria(11).

In questo senso, un “bartoliano” esercizio d’imitazione ci sembra la poesia di Leopardi(12) o un affresco di natura che ha come sfondo la verità ultima e statica della vita in cui tutto sembra racchiudersi, sia la foglia di rosa sia quella d’alloro, o le strette del sentimento di vivere che urlano disperate la loro malinconia. Imitazione nel significato letterale del termine, e cioè quello di imitare La feuille di Antoine Vincent Arnault (che non è copiare, le scimmie copiano, dirà nello Zibaldone); e imitazione nel suo significato allegorico: come destino dell’umanità nella sua fuga verso il certo e l’ignoto. Vi è di più: la cima, la sommità del discorso umano che diviene intuizione e fonda la lirica, e cioè “la cima il colmo la sommità della poesia(13)”.

E come deve essere la lirica? Prima di tutto semplice. Quelle poesie che, per farsi intendere, hanno bisogno di note, sono state sempre derise come un vezzo di letterati.

 

“La semplicità dev’essere tale che lo scrittore, o chiunque, l’adopra in qualsivoglia caso, non si accorga, o mostri di non accorgersi di esser semplice e molto meno di esser pregevole per questo capo. Egli dev’essere come inconsapevole non solo di tutte le altre bellezze dello scrivere, ma della stessa semplicità(14)”.

 

Il poeta è un costruttore d’immagini che vive d’illusioni. E la sola cosa che deve mostrare è di non capire l’effetto che suscita in chi legge. Valgono per l’arte dello scrivere le stesse regole che valgono per l’arte del vivere, e cioè di conoscere uomini e cose se non per via d’immaginazione, altrimenti svanisce il diletto e la poesia diventa descrittiva, lontana dai sentimenti. Ecco perché il lettore deve sentire, compartecipare e vivere la poesia, la quale è un respiro dell’anima, per questo malinconica e sentimentale(15).

Tra le righe de La feuille di Arnault, Leopardi in qualche modo deve aver letto tutto questo: la bellezza nell’istante, la grazia nel tempo, il divenire che diviene luce e ombra. C’era un che di fatuo e grossolano, mancava di liricità, ma vi era la ragione: il vero che ricalcitra come un cane bastonato a disperare l’anima. Ma è qui che trova un respiro la sua riflessione sulla condizione umana, la stessa che richiama nel frammento XLI di Simonide (Umana cosa picciol tempo dura / e certissimo detto / disse il veglio di Chio, conforme ebber natura / le foglie e l’uman seme. / Ma questa voce in petto / raccolgon pochi…), e la stessa che nel Canto notturno diventerà un inno sul destino tragico dell’uomo: la voce del tempo, nel suo seguitare a disperdere foglie, uomini e cose, il sogno che scandisce di un attimo la nostra sorte. E cioè che la vita altro non è che privazione. “Ciascun giorno perdiamo qualche cosa, cioè perisce, o scema qualche illusione, che sono l’unico nostro avere(16)”. Ogni giorno viene meno una qualche possibilità, muore la speranza. “Non si vive se non perdendo”. Da ricchi che siamo appena nati, lenta agonia, ci si trova quasi senza nulla in tarda età.In realtà nulla si perde, perché al nulla non può che seguire il nulla. E il nulla non è.

C’era da fare appena qua e là qualche ritocco. Mutare appena la forma. Dare voce al sentire. Come se l’apologo di Arnault fosse la tela sdrucita e rozza su cui farci un ricamo. E l’originale dirama in sussidiario, e il sussidiario in originale. La povera foglia inaridita, distaccata dal gambo, diventa: Lungi dal proprio ramo, / Povera foglia frale, e c’è già il sentimento dell’abbandono, l’indifferenza che accompagna la foglia lungo il suo cammino di vita e morte, nel suo essere fragile. Ora in questa fragilità vi è tutta la sua forza perché inizia la vita: la morte, pur certa, rimane remota, si allontana come sospesa nell’aria con la levità di un respiro. E dove va? La foglia di Arnault non sa nulla. Quella di Leopardi ha già un’anima e una coscienza del vivere: Dal faggio / Là dov’io nacqui, mi divise il vento. E il distacco è già dolore. Necessità. Il caso che si dispera. Amore per la vita. La foglia di Arnault ha bisogno della bufera e del sostegno incostante dei venti per avviare il suo corso: quasi un passeggiare tra valli e monti, foreste e pianure. La foglia di Leopardi è presa e trascinata dal vento, dal bosco alla campagna, / dalla valle mi porta alla montagna. Il suo è un viaggio amaro perché niente e nulla vi si può opporre, è il viaggio irreversibile, irripetibile, di tutte le foglie in ogni tempo. Ma è il viaggio anche di quella foglia che va pellegrina, ma che è anche un peregrinare, un cozzare con casi e cose e tutto l’altro ignora.

Anche la foglia di Arnault è portata dal vento, ma si direbbe un po’ pettegola e vile, ci dice Muscetta, “se il verso non fosse qualcosa di peggio: una povera zeppa, per la rima con laurier(17)”. E ci sembra un po’ cattivella l’osservazione, ma Arnault gioca con le rime per ovviare alla sua rassegnazione che è anche accettazione. Il Leopardi no, anche se non può che obbedire ai capricci della sorte, votata per legge di natura alla sua tragica fatalità, lui vi resiste con la stessa indomita intensità e fissità di un giunco scosso dal vento. Avere coscienza del proprio destino non vuole dire divagare o commiserarsi nella propria infelice, fragile condizione, ma è un gioco a illudersi per ritornare sempre sulla stessa nota, per confermare, attimo dopo attimo, la propria agonia: ciò che fa disperare e non si riesce ad accettare, la vanità del vivere nel suo viaggio verso il nulla. Se la ragione non può che costatare la labilità della durata, la fugacità della bellezza e della gloria, di cui sono simbolo evidente la foglia di rosa e quella d’alloro, la volontà di vivere non può che ricalcitrare irretita e disperata sulla propria necessità. Segua quel che deve e non può non accadere.

Solo qualche tempo dopo, nel 1855, anche Niccolò Tommaseo volle, con alcune terzine dantesche, proporre in chiave spiritualistica una sua imitazione all’Imitazione di Leopardi, e in subordine a quella di Arnault, dal titolo molto significativo: A una foglia. Ma sarà, come voleva il Cantù(18), il Tommaseo “acre e perfin volgare nemico di Leopardi” a seguito forse di quella lettera a Stella per quegli errori di latino notati nella traduzione di Cicerone(19), o scostante bastian contrario “elettrizzato negativamente”, ma ne viene un’altra cosa: Foglia, che lieve a la brezza cadesti / Sotto i miei piedi, con mite richiamo / Forse ti lagni perch’io ti calpesti. // Mentr’eri viva sul verde tuo ramo / Passai sovente, e di te non pensai; / Morta ti penso, e mi sento che t’amo.

E vi risparmiamo il resto.

 


(*) La poesia di Giacomo Leopardi Imitazione fu scritta appunto come imitazione di La feuille di Antoine Vincent Arnault (1766-1834). Questo è il testo dell’originale: De ta tige détachée / Pauvre feuille desséchée, / Où vas-tu? – Je n’en sais rien. / L’orage a brisé le chêne / Qui seul était mon soutien. / De son inconstante haleine / le zéphyr ou l’aquilon / Depuis ce jour me promène / De la forêt à la plaine, / De la montagne au vallon. / Je vais où le vent me mène, Sans me plaindre ou m’effrayer: / Je vais où va toute chose, / Où va la feuille de rose / Et la feuille de laurier.

(1) Cfr. in Carlo Muscetta, Leopardi, schizzi studi e letture, Bonacci editore, Roma, 1976, pag. 47.

(2) Cfr. in Carlo Muscetta, Leopardi, schizzi studi e letture, op. cit., pag. 41.

(3)Cfr. in Carlo Muscetta, Leopardi, schizzi studi e letture, op. cit., pag. 41.

D’accordo con Muscetta propendiamo come datazione per gli anni che vanno dal 1821 al 1824: diversi, infatti, sono i riferimenti, in questi anni, nello Zibaldone a padre Daniello Bartoli, il quale ne L’uomo di lettere difeso e emendato aveva, in un certo qual modo, teorizzato il concetto d’imitazione così come attuato dal Leopardi; vi sono, poi, indubbiamente, delle notevoli analogie tematiche col frammento XLI imitato da Simonide di Amorfo, composto a Recanati nel 1823-24.

(4)In Giacomo Leopardi, Tutte le opere, Zibaldone di pensieri, a cura di Walter Binni, volume secondo, Sansoni editore, Firenze, 1976, pag. 4.

(5)In Giacomo Leopardi, Tutte le opere, Zibaldone op. cit. pag. 4. Ma lo stesso concetto in Leopardi giovane emerge in vari luoghi. Per esempio in una lettera a Pietro Giordani del 30 maggio 1817: “Perché il diletto nasce appunto dalla maraviglia di vedere così bene imitata la natura, che ci paia vivo e presente quello che è o nulla o morto o lontano”. In Giacomo Leopardi, Tutte le opere, Epistolario, op. cit. pag. 1031. Oppure ancora nel Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica.

(6)In Giacomo Leopardi, Tutte le opere, Zibaldone op. cit., pag. 4.

(7)In Giacomo Leopardi, Tutte le opere, Zibaldone op. cit., pag. 100 e pag. 283. Si noti l’accezione barocca dell’imitazione come meraviglia.

(8) In Daniello Bartoli, L’uomo di lettere difeso e emendato, 1645.

(9) In Daniello Bartoli, L’uomo di lettere difeso e emendato, op. cit. A questo proposito si veda anche la mia critica a Ladroneccio, ora in Quadernetto n. 2, Adria, 1999, pp. 44-49.

(10) In Giacomo Leopardi, Tutte le opere, Zibaldone op. cit., pp. 382-383.

(11)Si veda la mia introduzione a Ladroneccio, in Quadernetto n. 2, Adria, 1999, pp. 44-45.

(12)“Sogliono – scrive Leopardi nello Zibaldone del 28 agosto 1823 – le opere umane servire di modello successivamente l’une all’altre, e così appoco [appoco] perfezionandosi il genere, e ciascuna opera, o le più d’esse riuscendo migliori de’ loro modelli…”, In Giacomo Leopardi, Tutte le opere, Zibaldone op. cit., pag. 822.

(13)Per Leopardi, “la lirica si può chiamare la cima il colmo la sommità della poesia, la quale è la sommità del discorso umano”. In Giacomo Leopardi, Tutte le opere, Zibaldone op. cit., pag. 106.

(14) In Giacomo Leopardi, Tutte le opere, Zibaldone op. cit., pag. 104.

 

(15)Scusate il bisticcio, per Leopardi, “La poesia malinconica e sentimentale è un respiro dell’anima”. In Giacomo Leopardi, Tutte le opere, Zibaldone op. cit., pag. 69.

(16)In Giacomo Leopardi, Tutte le opere, Zibaldone op. cit., pag. 202.

(17)In Carlo Muscetta, Leopardi, schizzi studi e letture, op. cit., pag. 45.

 

(18) Cfr. in Gilberto Lonardi, Leopardismo, Sansoni, Firenze, 1974, pag. 82.

(19) In Giacomo Leopardi, Tutte le opere, potenze intellettuali, Nicolò Tommaseo, op. cit., pag. 995. L’editore Stella poi “licenziò il Tommaseo dal Cicerone, e indi a poco si astenne in tutto all’adoperarlo”.