La strage di Piazza Fontana e il relativo iter processuale
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La strage di Piazza Fontana: 54 anni di iter processuale

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La strage di Piazza Fontana: 54 anni di iter processuale

Attorno alle 16:30 del 12 dicembre 1969, una bomba esplose all'interno della Banca Nazionale dell'Agricoltura di Piazza Fontana a Milano. La deflagrazione causò la morte istantanea di quattordici persone, mentre altre due persone morirono in ospedale a causa delle ferite riportate. Poco dopo, fu rinvenuta un'altra bomba nella vicina Banca Commerciale Italiana. La bomba in questione venne interrata in un giardino interno della banca e in seguito fatta brillare. Queste le parole di Antonino Allegra, al tempo capo dell'ufficio politico della Questura di Milano, interpellato dalla Commissione Stragi in merito alle motivazioni di questa apparentemente insensata decisione:

«Bisogna considerare che vi era una seconda bomba che noi non facemmo esplodere per nostro piacere, ma in seguito a degli ordini che provenivano dal Ministero della Difesa. Si erano verificati, infatti, dei precedenti gravissimi, a Verona erano morti due agenti di sicurezza per aver spostato una valigia che conteneva un ordigno. In tal senso le disposizioni vigenti prevedevano che quando si trovava un ordigno di cui era impossibile trovare il meccanismo dell'innesco fosse necessario farlo esplodere con una piccola carica».

Altri tre ordigni esplosero nella stessa giornata a Roma, due all'Altare della Patria ed uno alla Banca Nazionale del Lavoro. Complessivamente, i cinque attentati causarono sedici morti e centocinque feriti.

Le indagini, influenzate dall'operato della carta stampata e della televisione (guidato a sua volta dalle direttive del Ministero degli Interni), furono immediatamente indirizzate verso i militanti di due circoli anarchici, il “22 marzo” ed il “Ponte della Ghisolfa”. Uno di essi, Giuseppe Pinelli, morì tre giorni dopo la strage precipitando da una finestra della questura di Milano, durante un interrogatorio. La testimonianza del tassista Cornelio Rolandisembrò chiudere il caso, inchiodando uno dei membri del “22 marzo”, il ballerino Pietro Valpreda.

Il 15 dicembre, però, un insegnante di Maserada sul Piave, Guido Lorenzon, si recò dall'avvocato Steccanella di Vittorio Veneto, affermando di essere a conoscenza di informazioni utili sulla strage avvenuta pochi giorni prima. Egli conosceva molto bene Giovanni Ventura, il quale, a sua volta, era un grande amico e collaboratore di Franco Freda. Giovanni Ventura, infatti, fondò la casa editrice Galileo a Treviso ed ivi aprì una libreria omonima, entrando successivamente in contatto con Freda, anch'egli editore e proprietario di una libreria (la “Libreria Ezzelino”, ubicata in via Patriarcato 34 a Padova). Lorenzon riteneva che Ventura fosse in qualche modo implicato nella strage, poiché quest'ultimo gli aveva in passato confidato alcuni dettagli inerenti agli attentati ai treni avvenuti nella notte fra l'8 ed il 9 agosto precedenti; inoltre Ventura, sempre stando a quanto sostenuto da Lorenzon, aveva tenuto un comportamento sospetto nei giorni successivi alla strage.

Il 26 dicembre il sostituto procuratore di Treviso Pietro Calogero organizzò un incontro informale con Lorenzon, che confermò quanto affermato all'avvocato Steccanella. Lorenzon era restio a verbalizzare le sue affermazioni, tanto che Calogero dovette acconsentire alla sua richiesta di un altro mero incontro informale. Dopo un secondo incontro ufficioso, tenutosi il 31 dicembre, Lorenzon, in data 15 gennaio, ritrattò quanto affermato in precedenzae venne conseguentemente incriminato per calunnia nei confronti di Giovanni Ventura. Il 17 gennaio, infine, annullò la ritrattazione ed iniziò nuovamente a collaborare con gli agenti.

Le indagini, a causa anche di un loro improvviso spostamento di sede, si arenarono fino al colpo di scena del 5 novembre 1971. Degli operai trovarono un deposito di armi in una soffitta di Castelfranco Veneto.Giancarlo Marchesin, proprietario della soffitta in questione, iniziò subito a collaborare con gli agenti. Egli affermò che le armi erano di proprietà di Giovanni Ventura, il quale aveva provveduto ad occultarle dopo la strage di Piazza Fontana.

Le successive indagini, condotte nuovamente dal duo Stiz – Calogero (Castelfranco Veneto, luogo ove vennero ritrovate le armi, si trova in provincia di Treviso, motivo per cui le indagini furono attribuite nuovamente al tribunale del capoluogo per “competenza territoriale”), sarebbero culminate nella sentenza del 21 marzo 1972. Stiz, per “incompetenza territoriale”, fece trasferire gli atti al tribunale di Milano.

L'inchiesta quindi proseguì nel capoluogo lombardo. Venne ipotizzato che Freda e Ventura fossero responsabili anche dell'ordigno della Banca Nazionale dell'Agricoltura. I giudici di Milano li rinviarono a giudizio il 18 marzo 1974. Il processo sarebbe stato però interrotto ed unificato con il processo agli anarchici (il “gruppo Valpreda”) che si stava svolgendo a Catanzaro.

La continua serie di accorpamenti e di spostamenti di sede ha purtroppo contribuito a causare un profondo senso di scoramento nei familiari delle vittime. A tal proposito, il senatore Giovanni Pellegrino si rammaricò del «girare come una trottola del processo di Piazza Fontana [che ha] finito per influire e per allontanare il possibile accertamento della verità».

Il senso di scoramento dei parenti delle vittime venne ulteriormente enfatizzato dalla turpe condotta dei servizi segreti. È stato infatti appurato in sede processuale che alcuni settori del S.I.D. contribuirono alla fuga all'estero di due imputati. Guido Giannettini, colpito da mandato di cattura in data 9 gennaio 1974, fuggì in Francia esattamente tre mesi dopo, in data 9 aprile, grazie all'aiuto del generale Gianadelio Maletti, capo del reparto D (controspionaggio) del S.I.D., salvo poi costituirsi a Buenos Aires l'8 agosto successivo; Marco Pozzan, definito in sede processuale «casella postale di Freda», fu inviato a Madrid utilizzando un passaporto falso il 15 gennaio 1973 con un biglietto di sola andata, circostanza che conferma la volontà dei servizi di renderlo irreperibile (la paternità dell'operazione è da attribuirsi anche in questo caso al generale Maletti, come ha affermato il senatore Giovanni Pellegrino): egli venne in seguito arrestato in Spagna il 30 gennaio 1977 ed estradato il 30 aprile 1977. I servizi segreti tentarono inoltre di far evadere dal carcere di Monza Giovanni Ventura.

Ecco le parole del senatore Libero Gualtieri:

«Quando viene fuori un depistaggio sistematico durato per anni, con il trasferimento di tutti i processi, la sottrazione di testimoni, l’espatrio dei testi principali, come può dirsi che non c’è responsabilità di organi istituzionali dello Stato, persino a livello governativo? Come si può arrivare a dire questo e non poter dire che c’è responsabilità dello Stato in questa inchiesta, che è stata una vergogna per il modo in cui lo Stato si è comportato di fronte a questa strage, così come a quelle seguenti?».

Il processo unificato poté iniziare solamente quand'erano trascorsi più di sette anni dalla strage. La fase dibattimentale fece ulteriormente scemare la fiducia nelle istituzioni. Le più alte cariche politiche e militari dello Stato si alternarono in una interminabile serie di dichiarazioni mendaci o solo in parte veritiere, tese esclusivamente a negare le proprie responsabilità in merito all'accaduto, senza curarsi di fornire un valido contributo all'accertamento della verità. Lo sferzante commento di Franco Ferraresi è un ottima sintesi di quanto accadde durante la fase dibattimentale:

«Primi ministri, ministri della Difesa, della Giustizia, degli Esteri, massime autorità militari e dei Servizi di sicurezza, funzionari militari e civili di ogni ordine e grado, tutti si impegnarono a lungo e duramente nella nobile arte dello scaricabarile».

Il processo si concluse il 23 febbraio 1979. Franco Freda venne condannato all'ergastolo, essendo ritenuto responsabile, oltre che dei diciassette attentati precedentemente menzionati, avvenuti fra il 15 aprile e il 9 agosto 1969, anche della strage di Piazza Fontana e degli attentati della giornata del 12 dicembre 1969.

Freda si era nel frattempo reso irreperibile a pochi mesi dalla conclusione del processo. Con l'ausilio di membri della 'ndrangheta, egli riuscì ad allontanarsi da Catanzaro, venendo poi arrestato in Costa Rica quasi un anno dopo. Egli aveva ivi trovato alloggio grazie ad un suo vecchio amico di Padova ed era riuscito ad espatriare utilizzando un passaporto rilasciato dalla questura di Reggio Calabria, intestato ad un certo Mario Vernaci Saccà. La fuga colse di sprovvista gli stessi amici di Freda, dal momento che egli, durante la carcerazione preventiva, aveva affermato: «sono un soldato politico e non scappo. Se volessi, avrei molti mezzi extralegali per andarmene. Sì, anche scappare dalla prigione. Ma con tutta la mia rigorosità morale, se scappassi predicherei bene e razzolerei male».

Il processo d'appello iniziò il 22 maggio 1980. Freda fu in questo caso assolto per insufficienza di prove per quanto concerne la strage di Piazza Fontana e gli altri quattro attentati del 12 dicembre 1969, ma fu condannato a quindici anni di reclusione per associazione sovversiva, in quanto ritenuto responsabile di diciassette precedenti attentati avvenuti nei primi mesi del 1969.

La Corte di Cassazione annullò la sentenza di secondo grado. Iniziò quindi un nuovo processo, presso la Corte d'Assise di Appello di Bari. Anche in questo caso gli attentati del 12 dicembre non vennero ritenuti collegabili ai diciassette attentati precedenti. Freda, per quanto riguarda la strage di Piazza Fontana e gli attentati del 12 dicembre, fu nuovamente (e definitivamente) assolto con formula dubitativa.Venne invece ribadita la sua responsabilità per quanto concerne gli attentati precedenti, confermando i quindici anni di reclusione per associazione sovversiva. La Corte di Cassazione, dovendo nuovamente pronunciarsi in merito alla vicenda due anni dopo, confermò l'assoluzione.

A metà degli anni '90, in concomitanza con le sentenze di primo e secondo grado nei confronti del Fronte Nazionale, il giudice Guido Salvini, noto per aver accertato la verità in merito all’assassinio di Sergio Ramelli (un militante del Movimento Sociale Italiano di Milano),emise due sentenze-ordinanze che riaprirono l'iter processuale relativo alla strage di Piazza Fontana.

Il processo venne riaperto soprattutto grazie alle nuove testimonianze dell’elettricista Tullio Fabris, che già aveva testimoniato nel procedimento di Catanzaro. La sua nuova versione poneva sotto una diversa luce l'acquisto di cinquanta timers in deviazione da 60 minuti acquistati da Freda tre mesi prima della strage di Piazza Fontana, in data 18 settembre 1969. Era infatti già risaputo che Fabris aveva agito come tramite tra Freda e la ditta Elettrocontrolli (ditta presso la quale furono comperati i timers), tanto che già i giudici istruttori avevano a disposizione i testi di due telefonate relative al sopracitato acquisto, una tra Freda e la ditta Elettrocontrolli e una tra Freda e Fabris.

Quali nuovi elementi furono introdotti da queste testimonianze? Bisogna innanzitutto constatare che la disponibilità di quei timers nei mesi immediatamente antecedenti alla strage è stata uno degli elementi sui quali l'accusa aveva a suo tempo insistito maggiormente per affermare la responsabilità di Freda nell'attentato. Furono infatti ritrovati un dischetto con la dicitura “60 M/A” (elemento presente nei timers in deviazione da 60 minuti) nella borsa contenente la bomba inesplosa alla Banca Commerciale Italiana, ed una bussoletta di riempimento (anch'essa elemento caratteristico dei timers in deviazione da 60 minuti) nella bomba inesplosa alla Banca Nazionale del Lavoro di Roma. La condotta processuale ambigua tenuta dallo stesso Freda in merito a quest'elemento rafforzò le convinzioni dei giudici.

Per quanto concerne l'istruttoria, il giudice Fiasconaro ed il giudice Alessandrini affermarono che i cinque timers utilizzati negli attentati del 12 dicembre erano sicuramente contenuti nel lotto di Freda; nel processo di primo grado, pur non potendo stabilire con «matematica certezza» la provenienza dei timers, si ipotizzò che due timers su cinque fossero perlomeno uguali a quelli comprati da Freda; infine nel processo di terzo grado la prova relativa all'acquisto dei timers venne considerata un'«illazione».

Inizialmente i giudici credevano che fossero stati venduti solamente cinquantasette timers in deviazione da 60 minuti nel periodo 17 marzo – 12 dicembre 1969, poiché la ditta titolare del diritto di esclusiva per la distribuzione di questi timers in Italia ne aveva iniziato la commercializzazione proprio il 17 marzo. In seguito fu appurata la presenza di «grossolane tracce di correzione» sulla fattura del 17 marzo 1969 che avrebbe dovuto contribuire a stabilire il momento in cui iniziò la commercializzazione dei timers in Italia, commercializzazione che risultava presumibilmente risalire ad un paio di anni prima. Il progressivo ridimensionarsi della validità di quest'elemento probatorio è causato proprio da queste rilevanze processuali.

Per quanto concerne l'ambigua condotta processuale citata poc'anzi, Freda ammise solamente in data 4 aprile 1972 di essersi procurato i timers. La sua iniziale reticenza, secondo i giudici di primo grado, confermerebbe «l'illiceità della loro destinazione». Freda affermò di aver consegnato i timers ad un certo “capitano Hamid”, agente dei servizi segreti algerini che doveva a sua volta destinarli alla resistenza palestinese. Questa spiegazione venne considerata una «giustificazione pretestuosa ed inaccettabile» nel processo di primo grado, poiché, essendo i timers in questione «liberamente e facilmente reperibili sul mercato», i giudici sostennero che difficilmente un capitano dei sevizi segreti algerini avrebbe dovuto ricorrere all'aiuto di un avvocato padovano per procurarseli. I servizi segreti israeliani, inoltre, affermarono che non furono utilizzate bombe innescate da quel determinato tipo di timers nel periodo successivo al settembre 1969.

La versione di Freda fu confermata in sede processuale dalla contessa veneziana Maria De Portada. La sua testimonianza, stando ai giudici istruttori, sembrò essere stata concordata tramite un colloquio tenutosi con Freda nel carcere di Treviso, e Maria De Portada fu nuovamente considerata inattendibile nel processo di primo grado. Anche nel processo di terzo grado, nel quale Freda venne assolto con formula dubitativa, sono stati sollevati dei dubbi in merito all'effettiva esistenza del capitano Hamid ed alla veridicità della testimonianza della contessa De Portada.

Un pentito ha inoltre affermato che Freda aveva chiesto a Concutelli di spacciarsi per il capitano Hamid per dimostrare di aver ceduto i timers un paio di mesi prima della strage, ma questa dichiarazione non è stata sostenuta da ulteriori riscontri.

Freda, in sede processuale ebbe un atteggiamento ondivago anche nei confronti dello stesso Fabris. Inizialmente lo definì «persona dabbene e degna di fede» e «persona onesta», salvo, in seguito alle sue prime dichiarazioni agli inquirenti, definirlo «mitomane». Fabris dichiarò al giudice Salvini di «non essersi limitato a rendere possibile l’acquisizione dei timers da parte di Franco Freda, ma che nello studio legale di Padova vi erano stati ben tre incontri grazie ai quali Freda e Ventura avevano imparato a far funzionare gli inneschi, anche con prove pratiche che avevano avuto pieno successo, l’ultima delle quali collegando direttamente uno dei timers alle restanti parti del sistema di attivazione». Il giudice Salvini affermò che «tali dichiarazioni, [...] se acquisite nel corso dei precedenti giudizi, ne avrebbero mutato l’esito facendo franare il castello difensivo dei componenti della cellula padovana». Sorge spontaneo chiedersi le motivazioni per le quali Fabris non avesse detto quanto sapeva in precedenza. Fabris ha spiegato di esser stato «minacciato ben in tre occasioni, proprio mentre erano in corso le indagini milanesi, da persone vicine agli imputati e cioè Massimiliano Fachini e Pino Rauti». Pino Rauti, intervistato a riguardo da un giornalista, ha negato di aver mai minacciato Fabris.

Iniziarono quindi dei nuovi processi contro la cellula veneta di Ordine Nuovo. Anche Freda venne coinvolto nel processo in veste di testimone, e fu interrogato il 26 maggio 2000. In primo grado, il 30 giugno 2001, vennero condannati all’ergastolo Carlo Maria Maggi, Delfo Zorzi e Giancarlo Rognoni, mentre a Stefano Tringali venne comminata una condanna a tre anni di reclusione per favoreggiamento. Il 12 marzo 2004 la Corte d’Appello assolse Maggi, Zorzi e Rognoni, e ridusse ad un anno la pena a Tringali. Infine la Cassazione, il 3 maggio 2005, confermò quest'ultima sentenza, non senza affermare la “responsabilità storica” del gruppo ordinovista veneto facente capo a Freda e Ventura.

La sentenza ha causato reazioni contrastanti. I giudizi in merito spaziano dall'entusiastico al fortemente critico. I fautori di questa sentenza affermano che, nonostante i colpevoli non siano più processabili, si sia finalmente chiuso l'infinito iter processuale. Chi invece ha espresso un giudizio negativo, sostiene che sia stato violato il principio del ne bis in idem, per il quale un cittadino non può essere processato dopo una sentenza assolutoria passata in giudicato.