Una storia di pirati, racconto di Francesco Casoni
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Una storia di pirati

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Una storia di pirati

 

“Sei in ritardo”, disse Anna, guardando spazientita l’orologio.

Ettore fece spallucce. Nel senso che ne prendeva atto.

Anna, invece, era di indole svizzera: se un appuntamento era fissato alle 8.30, iniziava ad entrare in allarme alle 8.31, al più tardi alle 8.32. Figurarsi se, come accadeva in questo caso, il ritardo accumulato tra messaggi Whatsapp per dire che “Sto arrivando”, “C’è un po’ di traffico”, “Tra dieci minuti sono lì” assommava ormai a 43 minuti. Per Anna un’intera mattinata di scadenze da ricalendarizzare.

Ettore aveva effettivamente trovato traffico, ma la cosa non avrebbe avuto alcun impatto, se fosse partito da casa per tempo. Ma è anche inutile girarci intorno: se l’era presa comoda, perché non gliene fregava niente di arrivare in orario.

 

“Ti volevo chiedere un consiglio per questo progetto che ho in testa…”, disse lei.

Appunto. Lo aveva chiamato come sempre perché aveva bisogno di qualcosa.

La lasciò parlare. Aprì il solito quadernetto e finse di prendere appunti. In realtà, iniziò a disegnare un piccolo ghirigoro, che poi diventò una sorta di vortice di spirali, che continuò a mutare, fino a produrre disegnetti di omini, alberelli, mostriciattoli, scritte senza senso.

Anna sbirciò la pagina. “Mi segui?”

“Certo - disse lui -. Scarabocchiare aiuta a concentrarsi. L’ho anche letto da qualche…”

Lei aveva già ripreso a ciarlare. E lui con altrettanta nonchalance aveva già smesso di ascoltarla. Non per cattiveria, ma perché non serviva. Anna non lo cercava veramente per chiedergli un parere, ma per avere qualcuno davanti. Era una messinscena per far sembrare il suo monologo un dialogo. Lei aveva comunque già deciso tutto dall’inizio alla fine. Ed Ettore era lì per fare finta di ascoltarla, dire la sua e confermarle la bontà di quanto aveva pensato.

 

Quando stava con Anna, Ettore si sentiva insignificante. Non sapeva spiegarlo, se non così: era il personaggio di una storia finito dentro una storia che non era la sua. Per carità, poteva perfino essere divertente: prendi la protagonista de “L’Agnese va a morire” e la sbatti dentro “L’isola del tesoro”, materna complice di una ciurma di pirati, anziché di una banda di partigiani. Bella idea. Se la segnò sul taccuino.

Anna sbirciò di nuovo, ma la scrittura di Ettore era incomprensibile.

Aveva scritto: “Una storia di pirati con una protagonista tipo l’Agnese”. Poi l’aveva tagliata. Non sapeva come proseguire. Molte idee sembrano bellissime, appena ti vengono, poi basta svilupparle per accorgersi che sono delle cagate. Però l’idea dei pirati non era male. Scrisse: “Una storia di pirati nello spazio”. Vabbè, sai che idea. Tagliò di nuovo. Però, aspetta: la Resistenza, i pirati, lo spazio.

Nuova idea: “Una storia di partigiani lunari”. Guardò le cinque parole e c’era non dico una trama, ma un’idea. Nel 2050 e qualcosa gli Stati Uniti conquistano la Luna, intenzionati a impiantare una colonia e impossessarsi delle sue risorse. Perché gli Stati Uniti? Perché la Cina ancora non funziona altrettanto bene, punto. Ne riparliamo quando cambia l’immaginario collettivo, ok? Per il momento è semplice: imperialisti = Stati Uniti. Chiedete in Sudamerica.

Ora, la domanda è: chi cazzo sono questi partigiani lunari? Come e quando sono arrivati sulla Luna? A volte certe idee fighissime sono complicatissime. Scrisse un grosso punto di domanda sul foglio.

 

“Cosa ne pensi?”, disse lei, sorridendo.

Lui alzò il capo dal foglio. Sorrise, tanto per. Le disse che gli sembrava un’ottima idea. Aggiunse un paio di “ma” e “però”, giusto per fare finta di discuterne. Lei replicò ai suoi “ma” e “però”, giusto per fare finta di accoglierli. Il copione era rispettato. Si rilassò.

“Ma tu cosa stai facendo di bello in questo periodo?”, chiese, tanto per fingere di interessarsi ai suoi progetti. Anche questo faceva parte del copione.

Ettore in genere le rispondeva delle cazzate, tanto per. Si sdraiò sulla sedia, sorrise e spiegò: “Sto scrivendo una storia di pirati.”