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Giacomo Noventa: el poeta prepara ‘na fiama (prima parte)

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Vorrei iniziare a parlare di Noventa partendo da questa poesia, Fusse un poeta:

 

Fusse un poeta…

Ermetico,

Parlarìa de l'Eterno:

De la coscienza in mi,

De le stele su mi,

E del mar che voleva e nò voleva

(Ah, canagia d'un mar!)

Darme le so parole.

 

Ma son...

(Parché nò dirlo?)

Son un poeta.

 

E ti ghe géri tì ne la me barca.

 

E le stele su nù ghe sarà stàe,

E la coscienza in nù,

E le onde se sarà messe a parlar,

Ma ti-ghe-gerì tì ne la me barca,

(E gèra fermi i remi).

In mezzo al mar.

 

[Fossi un poeta… / Ermetico, / Parlerei dell'Eterno: / Della mia coscienza, / Delle stelle sopra di me, / E del mare che voleva e non voleva / (Ah, canaglia d'un mare!) / Darmi le sue parole. // Ma sono… / (Perché non dirlo?) / Sono un poeta. // E c'eri tu nella mia barca. // E le stelle su di noi ci saranno state / E la nostra coscienza, / E le onde si saranno messe a parlare, / Ma c'eri tu nella mia barca, / (Ed erano fermi i remi). / In mezzo al mare.]

 

Nessuna fuga verso l’infinito dell'Io o del Mondo, quel materiale da poeta “ermetico” che Noventa immagina di essere per assurdo, ma essere semplicemente un poeta per il quale l’ontologia fondante è quella concreta e appagabile della presenza di lei:

 

Ma ti-ghe-gerì tì ne la me barca

 

La riluttanza degli elementi a promuovere l’ispirazione è sanzionata da un suo sberleffo:

 

Ah, canagia d'un mar!

 

L’ipotesi ermetica viene ridimensionata a presenza irrilevante perché è solo quell’interludio amoroso che ha sapore d’infinito.

Salta subito all’occhio il legame, stretto, tra poesia e vita, il modo di essere e il modo di dire, l’afflato tra la forma e l’essenza di cose vissute. È Dante che ci parla del movimento d’amore che muove l’essere profondo e lo induce ad esprimersi. Non è la razionalità né la letteratura e nemmeno l’abilità tecnica a fare la poesia. È l'intero “essere” sconosciuto all’uomo, quell’unità tra carne e spirito, a costituire la sostanza stessa del poetare. Ci si mette in gioco in quel “fare” che i greci hanno definito poiein, cioè espressione spirituale. Ma non si tratta di uno spirito astratto, staccato dalla carne, piuttosto un “fiato” profondo che si manifesta attraverso l’esperienza dell’Io sino a rivelarne gli aspetti meno coscienti e inaspettati. Dal momento che sensi, pensieri inconsci, sangue e cuore ricevono quell’impulso al dire che fa emergere la parola, una voce che in quanto tale sa risvegliare negli altri, in coloro che ascoltano, la memoria di sé e la memoria delle proprie più intime esperienze.

Giacomo Noventa non è un individualista esasperato né un dogmatico né un “anti” di qualsivoglia ideologia. Basta leggerlo per capirlo. C’è una poesia che, pur trattando del cosmo e del mistero di Dio, delinea secondo me chiaramente la posizione del poeta:

 

«Cossa ghe xé, pare mio,

Al di là de ‘sto çiel?»

«Çiel, fio.»

«E al de là?»

««Çiel ancora. »

«E al de là?»

«In malora: al de là ghe xé Dio.»

 

Sono versi che arrivano dall'arte di un pensatore e dice molto sui limiti del raziocinio pseudo-scientifico e su ogni “ideotelogia”. Scriveva Max Planck:

 

“Una intuizione del mondo non è mai dimostrabile scientificamente, ma è altrettanto certo che essa resiste incrollabile ad ogni tempesta purché rimanga in accordo con se stessa e coi dati dell’esperienza. Anche in fisica non si è beati senza la fede, per lo meno senza la fede in una realtà fuori di noi”.

 

In tutta la sua opera non c'è alcun segno di chiusura, tanto a fare dire ad Augusto Del Noce:

 

“Il filosofo più grande del nostro tempo non è stato un filosofo ma un poeta: Giacomo Noventa”. A confermarlo questi versi:

 

Ma i poeti no gà da ‘ver casa

né un pensier che sia un pigro pensier

 

C’è una sua constatazione che attesta l’attenzione del poeta alla comunità e alle sorti dell’altrui vita, per cui “un popolano non possa essere intelligente, filosofo, pensatore politico o religioso come ognuno dei filosofi, politici o letterati o religiosi che detengono fama e potere”.

E ciò dimostra la sua alterità rispetto alla cultura dei suoi tempi (ma anche alla nostra). Come ha scritto il principale curatore delle sue opere, Franco Manfriani:

 

“Un’alterità ancor più sorprendente se si pensa che la cultura di Noventa ha le stesse radici idealistiche di tanti intellettuali suoi contemporanei. Un’alterità che non è inattualità ricercata o voluto estraniamento in qualche superba turris eburnea, ché anzi fu ossessionato e visse drammaticamente la frattura fra paese reale e paese legale, fra intellettuali e popolo, e cercò in ogni modo di sanarla e di spronare gli altri a sanarla… Pochi come Noventa hanno svolto una critica radicale della ‘società ufficiale’, letteraria e politica, italiana”.¹

 

Continua il curatore:

 

“Ma se Noventa indica alla sua poesia, e a tutti i poeti, la via della grandezza (si veda la poesia Dio-sa-quanti lauri*), egli si mostra ben cosciente anche dei limiti dell’esperienza poetica: si vedano, in questo senso, le quattro quartine intitolate El poeta…, che differiscono nel solo verso finale”²:

 

El poeta prepara una fiama,

Pian pianin… e el va via pian pianin.

Sue no xé che le prime falive,

E la fiama lo spaventerà.

 

El va via… e nissun savarà.

 

E po’ forse l'amor vignarà.

 

E po' i santi e l’eroe vignarà.

 

C’è qui una visione minimalista. Il risultato non gli compete più, là dove eventualmente si pronunciano i valori, le certezze.

 

Più spinta e seria l'affermazione di una gerarchia di valori che mette in scacco la tentazione solipsistica della poesia.

 

Dove i me versi me portarìa,

Acarezandoli come voialtri,

No’ so fradeli.

Tocadi i limiti del me valor,

Forse mi stesso me inganarìa,

Crederìa sacra l’arte, e la gloria,

Più che l’onor.

 

O forse alora mi capirìa,

Megio d’ancùo, più dentro in mi,

Quelo che i versi no’ pol mai dar.

Pur no’ savendo esser un santo,

A testa bassa de fronte ai santi,

Par la me ànema mi pregarìa,

No’ più ascoltandome nel mio pregar.

 

(Dove i miei versi mi porterebbero, / Accarezzandoli come voialtri, / Non so fratelli. / Toccati i limiti del mio valore, / Forse io stesso mi ingannerei, / Crederei sacra l’arte, e la gloria, /Più che l’onore. //

O forse allora io capirei, / Meglio d’oggi, / più dentro in me, / Quello che i versi non possono mai dare. / Pur non sapendo / essere un santo, / A testa bassa di fronte ai santi, / Per la mia anima io pregherei, / Non più ascoltandomi nel mio pregare

 

Pregare è più importante che “ascoltarsi pregare”, beandosi delle formule usate. Ascoltare il dolore degli altri, perfino di coloro che ci appaiono vincenti, belli e forti – scriverà Noventa in un’altra poesia – è l’unica reale alternativa all’invidia e all’amarezza che avvelena. Se avessimo pietà dell’altro «non andremmo in giro inutilmente, piangendo, / gridando; […] Non firmeremmo tutto il dolore / di questo mondo / con i nostri piccoli nomi». Occorre una lingua decentrata. E la preghiera, in quanto parola aperta agli altri e all’Altro, può sanare perfino il nostro stesso parlare…

 

Cô no’ ghe sarà più stele nel çiel,

E anca el sol sparirà

Ne la luse de Dio,

Quando i morti dal mar tornarà,

E da l’inferno e dal çiel,

Quando i angeli ne ciamarà

Al Giudizio de Dio,

E nissun,

Né i re de la tera e i so servidori,

Çercarà più de sconderse,

Quando el tempo se misurarà

Col tempo dei morti,

Quando Dio lezarà nel gran libro,

E nei nostri libreti,

Quel, che par esser fati a so imagine,

E prisonieri del tempo,

Se gà vùo da penar,

Una vose ne arivarà

Dal coro dei angeli:

«Lassé che i boni me vegna viçin,

Cussì viçin, come i gera vivendo.

E i cativi… un fià più in là.»

Dio, tuti, el ne graziarà.

 

(Quando non ci saranno più stelle nel cielo, / E anche il sole sparirà / Nella luce di Dio, / Quando i morti dal mare torneranno, / E dall’inferno e dal cielo, / Quando gli angeli ci chiameranno / Al Giudizio di Dio, / E nessuno, / Nemmeno i re della terra e i loro servitori, / Cercherà più di nascondersi, / Quando il tempo si misurerà / Col tempo dei morti, / Quando Dio leggerà nel gran libro, / E nei nostri libricini, / Quello, che per esser fatti a sua immagine, / E prigionieri del tempo, / Si è avuto da soffrire, / Una voce ci giungerà /

Dal coro degli angeli: / «Lasciate che i / buoni mi vengano vicino, / Così vicino, come lo erano vivendo. / E i cattivi… un poco più in là.» / Dio, tutti quanti, ci grazierà.)

 

Per Noventa la poesia è la giovinezza degli uomini. Non solo in quanto impeto sentimentale, ma perché consente di cogliere, non già a livello di raziocinio ma scandagliando la duplicità dell’animo umano, abitato contemporaneamente da Dei e Demoni, che sono alcune verità.

 

Mi gò un demonio e un angelo

Intorno a mi, e voialtri?

Se l’angelo me invita,

No’ posso dir de no,

Se me invita el demonio,

Vado, percossa no?

 

Andar co’ l’uno o l'altro

Tanto, sarà lo stesso:

L’angelo tira el diavolo,

E viceversa, no?

 

Però, poi, maturità e senilità possono corrispondere alla politica (l’eroe) e alla religione (il santo): attività spirituali che consentono l’una di realizzare in mezzo agli altri quelle verità, l’altra di afferrare appieno le certezze eterne che solo la religione può dare. Per cui:

 

No’ tuto quelo che penso e vedo

Vol i me versi spiegar e dir…

 

In questo senso il monito del poeta:

 

çerché più in là

 

È stata la lontananza che lo ha portato a cercare nelle remote profondità infantili la lengua di cui aveva bisogno?

Di certo, un giorno, invia alla madre una poesia che secondo lui - le dice - segna “il

passaggio dal poetare in lingua al poetare in dialetto”. Ma questo poetare non è affidato allo spontaneismo, diciamo così, della domenica. Poetare è atto superiore, che va nutrito, elaborato, vissuto con passione e precisione meticolosa. Noventa è un autore tormentato e consapevole. Tormentato perché consapevole che la poesia si legava al suo destino e sarebbe durata nel tempo.

 

Nella tarda primavera del 1935 vengono arrestati a Torino alcuni antifascisti che collaboravano alla rivista La Cultura edita da Giulio Einaudi. Tra loro c’è Giacomo Ca' Zorzi, già imprigionato tre anni prima, che ha scelto di firmare definitivamente i suoi scritti con il nome del paese d’origine bagnato dal Piave quando si è sentito estraneo, dopo varie stagioni trascorse viaggiando per l’Europa, alla lingua letteraria e alle ideologie predominanti in Italia. In quel frangente Eugenio Montale scrive a Gianfranco Contini:

 

“Noventa vede il sole a scacchi. Sorry, per lui. Sinceramente. Ma resta lo stesso merlone senza becco giallo: una femmina dalla tarda covata idealistica”.

 

Un giudizio impietoso. D’altronde al poeta degli Ossi non poteva piacergli un “avversario” beffardo quanto lui, critico radicale dell’ermetismo e dell'intera lirica moderna scaturita da simbolisti e decadentisti. Noventa, al contrario, si fece una lingua tutta sua.

È stato Fortini a capire lucidamente che il dialetto di Noventa in poesia “riesce a parlarci di quello che la cultura moderna non sa più nominare”, ovvero i valori elementari e anche religiosi della vita, trasmessi da una lingua materna di affetti e cognizioni primarie dove ha ancora senso “il sapore del pane e la luce del cielo”:

 

El saòr del pan, e la luse del çiel

Gèra inçerti prima de tì.

Ancùo me par una grazia el me pan,

E me continuo, vardando nel çiel.

Ancùo so che Dio no’ pol esser

Lontan da mi:

E ch’el xé dapartuto.

Mi te strenzo: e, cô i me brassi te perde,

Mi te çerco e te trovo partùto.

 

(Il sapore del pane, e la luce del cielo / Erano incerti prima di te. / Oggi mi sembra una grazia il mio pane, /Ed è un continuarmi, guardando nel cielo. / Oggi so che Dio non può essere / Lontano da me: / E che è dappertutto. / Io ti stringo: e, quando le mie braccia ti perdono, / Io ti cerco e ti trovo dappertutto.)

 

Le parole dialettali risuonano quasi sacralmente nei versi noventiani e mirano non solo a conservare, ma a reintegrare un mondo di cose autentiche in procinto di estinguersi.

L'aristocratico Noventa volle allearsi con i Picoli, lontani dal linguaggio ufficiale e vincolati, se non altro per pregiudizio o superstizione, alla moral d’altri tempi.

Ebbe il merito di seguire, in mezzo a molteplici opposizioni, una via personale che giustamente gli parve più classica che moderna, gettando davanti al passo dei contemporanei una pietra di scandalo. La bellezza delle sue liriche, così dotte e letterarie, eppure spesso cantabili nei ritmi apparentemente ingenui della canzonetta, risalta nella sua dissonanza dai registri tipici del Novecento.

Credo gli vada riconosciuto quel rango che invece Montale, per antipatia e altre ragioni, volle negare: Noventa ha saputo cantare come un “merlo maschio dal becco giallo”, capace di fischi melodiose, imitando suoni e piccole armonie.

 

Nei momenti che i basi fermemo

No’ par gusto ma par riflession,

La me amante vol scriver i versi,

Che mi digo e me basta de dir.

 

Tuta nùa la se méte al lavoro,

Po’ la méte una blusa lisièra,

Po’ la ziga “Che fredi xé i versi”,

La stranùa, mi la baso, e bondì.

 

“Ah che curti che xé ’sti poemi!”

Dirà queli che ne lezerà,

“Ah che boni che gèra quei basi!”

Dirà ela... o Amor lo dirà.

 

(Nei momenti in cui smettiamo di baciarci, / non per piacere, ma per riflessione, / la mia amante vuole scrivere i versi, / che io dico e che mi accontento di dire. // Si mette al lavoro tutta nuda, / poi si mette una camicetta leggera, / poi esclama “Come sono freddi i versi”, / starnutisce, io la bacio, e ciao. // “Ah, come sono corti questi poemi!” / diranno quelli che li leggeranno. / “Ah, com’erano buoni quei baci!” / dirà lei… o lo dirà Amore.)

 

Un giorno o l'altro mi tornarò,

no' vùi tra zénte strània morir,

un giorno o l'altro mi tornarò

nel me paese.

-

Dentro le pière che i gà inalzà

su le rovine, mi cercarò,

dentro le pière che i gà inalzà,

le vecie case.

-

Sarò pai zóveni un forestier,

che varda dove che i altri passa,

sarò pai zóveni un forestier,

no' lori a mi.

-

Carghi dei sogni dei me vint'ani,

vedarò i burci partir ancora,

carghi dei sogni dei me vint'ani,

dal Piave al mar.

-

Cussì che in ultimo mi no' starò,

coi altri vèci intorno al fògo,

cussì che in ultimo mi no' starò

a dir «Noialtri...».

-

E a un dei tósi che andarà via,

voltando i òci de nòvo al porto,

e a un dei tósi che andarà via,

ghe darò el cuor.

 

(Un giorno o l’altro io tornerò, / non voglio morire tra gente straniera, / un giorno o l’altro io tornerò / nel mio paese. // Dentro le pietre che hanno innalzato / sulle rovine, io cercherò, / dentro le pietre che hanno innalzato, / le vecchie case. // Sarò pei giovani un forestiero, / che guarda dove gli altri passano, / sarò pei giovani un forestiero, / non loro per me. // Carichi dei sogni dei miei vent’anni, / vedrò i barconi partire ancora, / carichi dei sogni dei miei vent’anni, / dal Piave al mare. // Così che in ultimo io non starò, / con gli altri vecchi intorno al fuoco, / così che in ultimo io non starò, / a dire «Noialtri...». // E a uno dei ragazzi che andrà via, / voltando gli occhi di nuovo al porto, / a uno dei ragazzi che andrà via, / gli darò il cuore.)

 

L’enorme escursione linguistica di Noventa, non solo di forme e di ritmi, proviene tutta da quell’«idioletto» inventato:

 

Mi me son fato ‘na lengua mia

Del venezian, de l’italian:

Gà sti diritti la poesia,

Che vien dai lioghi che regna Pan.

-

La ghe n’à altri, no’ tuti credo,

se ben par ela se pol morir:

no’ tuto quelo che penso e vedo

vol i me versi spiegar e dir...

-

Ma la parola che pur me resta

xé sugerirve: çerché più in là:

el Pìe-de càvara, in vogia o in festa,

oltre i so limiti no’ ‘l xé rivà.

 

Lascio, volutamente, questa poesia senza traduzione. Qui, in pochi versi, vi è gran parte della filosofia di Noventa e del suo programma poetico. Egli si è fatto una propria lingua, che, l’abbiamo già visto, equivale per lui a ciò che era il toscano

per i classici del Trecento (Perché scrivo in dialeto…? / Dante, Petrarca e quel dai Diese Giorni / Gà pur scrito in toscan. // Seguo l’esempio.)

La poesia ha questo diritto di forgiarsi la propria lingua perché la poesia viene dai regni di Pan, cioè dalla natura (Pan, nella mitologia greca, non è una divinità olimpica ma delle selve, della pastorizia, della fertilità della natura. È un dio agreste dall’aspetto di satiro, mezzo uomo e mezzo capra).

 

Note

 

1,2 - Dalla prefazione di Franco Manfriani in Giacomo Noventa. Versi e poesie (Collana ‘900 diretta da Cesare De Michelis con Antonio Debenedetti, Marsilio, 1988).

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