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"Perseveranza" è il nuovo romanzo di Barbara Codogno

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Commettere errori è umano, ma ostinarsi nell’errore è diabolico. “Perseveranza”, il nuovo romanzo di Barbara Codogno che Apogeo Editore pubblica il 10 marzo, si colloca esattamente sul bordo di questo crinale: non nella fragilità dell’errore ma nella sua ostinazione.

Berto, il protagonista del romanzo, ha passato la vita a scansare la vita. Svogliato insegnante di matematica, marito crudele, padre assente, è convinto che tutto ciò che gli è accaduto sia colpa degli altri e di un’esistenza che lo ha tradito. Una sera, durante un concerto, l’epifania: un violinista resiste alla tosse fino all’ultima nota. In quello sforzo Berto intravede ciò che lui non è mai stato capace di fare: perseverare in un’impresa positiva. Da quel momento il suo pensiero si avvita all’indietro in un monologo febbrile che scava nella memoria e nella colpa, tra violenza domestica, vigliaccheria quotidiana e omissioni irreparabili. Il passato ritorna come un’ossessione, il presente scivola via, la realtà si deforma fino ad allucinarsi. La perseveranza diventa la sua condanna: l’incapacità di interrompere il delirio, di riconoscere la responsabilità, di uscire dal recinto del proprio io.

Il titolo del romanzo è anche il titolo dell’opera che ne accompagna la copertina: “Perseverance”, olio su tela del pittore contemporaneo Radu Belcin, artista romeno noto per la sua figurazione inquieta e sospesa. Nel dipinto, due figure sono compresse contro una parete da una forza invisibile, come da un vento contrario. È l’immagine perfetta per Berto: un uomo doppio, incapace di trasformare l’urto in esperienza. Eppure, nel romanzo affiorano dei segnali, seppur minimi, che ci svelano un Berto desideroso di essere visto, amato, riconosciuto. Talvolta capace di slanci affettuosi. Ma ogni gesto arriva fuori tempo massimo, neutralizzato da un vanaglorioso ripiegamento su di sé.

La figura del doppio attraversa il romanzo in filigrana. Berto è insieme soggetto e sosia di sé stesso, osservatore e imputato, in una scissione che richiama esplicitamente la lezione dostoevskiana. Non c’è evoluzione, ma sdoppiamento: il personaggio si guarda mentre ricorda sé stesso che ricordava: una continua mise en abyme che è spesso cifra stilistica di Barbara Codogno. I piani temporali nel romanzo si sovrappongono, si incastrano, si avvitano l’uno nell’altro, fino a perdere gerarchia temporale e direzione spaziale.

La scrittura di Codogno è asciutta, affilata, circolare. Procede per attrito, come in Thomas Bernhard: una lingua che ritorna, insiste, si inabissa, scava senza offrire vie di fuga. Come scrive Luca Xodo nella postfazione, il cuore simbolico del romanzo è quel gesto iniziale, apparentemente minimo eppure detonatore: una forma di tosse psichica che rilascia continuamente le ombre della personalità di Berto. Una tosse che attraversa ogni pagina, sintomo di una frattura insanabile tra pensiero e azione.

In “Perseveranza” la violenza non è mai un gesto isolato, ma una struttura che si ripete. È una violenza mimetica, secondo la lezione di René Girard: nasce non dal desiderio autentico, ma dal confronto continuo con un modello che diventa rivale. In questo senso, la figura del doppio attraversa il romanzo come una presenza fantasmica, costante, destabilizzante. Berto non è mai solo. È sempre affiancato dal proprio alter ego: l’uomo che avrebbe potuto essere, quello che immagina di essere stato, quello che accusa il mondo di non aver riconosciuto. Questa duplicazione produce conflitto. Come in Dostoevskij, il doppio è una macchina di persecuzione. Girard lo ha mostrato con chiarezza: quando le differenze si assottigliano, quando il modello e il rivale coincidono, la violenza diventa inevitabile.

Il monologo di Berto è il luogo in cui questa crisi delle differenze si manifesta con evidenza. Il protagonista ricorda sé stesso mentre ricorda, osserva il proprio passato come se fosse quello di un altro. La mise en abyme che struttura il romanzo non è quindi solo una scelta formale, ma la traduzione narrativa di un impasse psichico: il soggetto si moltiplica per non dover rispondere. Ogni sdoppiamento è un ricusare ogni responsabilità. In chiave girardiana, il doppio è sempre una figura pericolosa. È il punto in cui l’io perde contorni stabili e inizia a proiettare all’esterno ciò che non può riconoscere in sé.

Nel romanzo di Barbara Codogno questa dinamica investe tutte le relazioni di Berto: la moglie, il figlio, i colleghi, persino gli sconosciuti diventano specchi deformanti, superfici su cui rimbalzano frustrazione, risentimento, desiderio inappagato. L’altro non è mai davvero altro, ma una versione fallita o minacciosa di sé. La violenza domestica che attraversa il romanzo nasce esattamente da qui: non da un eccesso di forza, ma dall’incapacità di distinguere. Quando l’altro non è più riconosciuto come soggetto, ma come doppio ostile, ogni forma di responsabilità viene meno. Girard individua in questo punto l’origine del male: la negazione del proprio ruolo nel conflitto, la costruzione di un colpevole che giustifichi l’inerzia morale.

La perseveranza di Berto è allora mimetica: insiste nel replicare lo stesso schema, nello scegliere sempre lo stesso punto di vista. In questo senso, “Perseveranza” dialoga profondamente con una condizione contemporanea più ampia. La figura del doppio non è solo psicologica, ma sociale. La scena delle persone assorte nei propri dispositivi, scollegate dalla realtà condivisa, diventa l’emblema di una comunità che ha perso la capacità di riconoscere l’alterità senza trasformarla in un modello. E quindi in una necessaria minaccia. La responsabilità, in Girard, è l’unica vera via di uscita dal circuito mimetico. Berto non compie mai questo gesto. Rimane prigioniero del proprio doppio, incapace di attraversare il dolore come soglia trasformativa. La sua è una tragedia senza catarsi, una caduta che non redime.

La domanda che il romanzo lascia aperta è radicale: se il doppio è ovunque, se la violenza nasce dall’imitazione e dalla rinuncia alla responsabilità, quanto siamo lontani da Berto? Soprattutto, quanta parte abbiamo nel suo essere diventato ciò che è?


La presentazione

Il libro sarà presentato al pubblico il 20 marzo alle 17.30 a Padova, nella Sala del Romanino ai Civici Musei Eremitani, con ingresso libero.

Intervengono alla presentazione Francesca Visentin, giornalista del Corriere del Veneto; Giacomo Brunoro, direttore artistico di Sugarpulp; Luca Xodo, terapeuta, autore della postfazione.

Alcune copie del libro saranno disponibili nel bookshop dei Musei il 20 marzo stesso.

Il romanzo sarà disponibile per l'acquisto dal 10 marzo sui principali store online e in alcune librerie. 

 

L’autrice

Barbara Codogno è nata a Padova, dove vive e lavora. Giornalista, scrive per le pagine culturali del Corriere del Veneto. Laureata in filosofia con una tesi su René Girard, ha continuato a indagare i temi del sacro, della violenza, del capro espiatorio e della mimesi, intrecciando filosofia, antropologia, mitologia e storia delle religioni. Critica e curatrice, si occupa di arte contemporanea. Ha scritto poesie, racconti e romanzi. Ha vinto il Concorso Letterario CartaCarbone Festival 2019 con il racconto “I sandali nuovi”. Per Apogeo Editore ha pubblicato “Metrolieder” e “Racconti Americani”.

 

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