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Auguri a noi, mamme

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C’è una cosa che non ti dicono quando diventi mamma: che la Festa della mamma, in fondo, è una festa che ti organizzi da sola.

Almeno finché sono piccoli c’è la maestra che ti salva. Sei tu che compri la carta crespa, certo, ma poi lei orchestra tutto e tu fingi sorpresa davanti al bigliettino con la foto stampata storta e le scritte in glitter verde e lo conservi in un cassetto insieme alle altre cose da cui non riesci a separarti.

Alle medie i lavoretti non si fanno più.

Mio figlio ha tredici anni, gli occhi chiari e le scarpe numero 40. Mi supera di dieci centimetri e lo scopro ogni volta con una specie di meraviglia mista a disorientamento, come se continuasse a farlo di nascosto. È bello, in quel modo involontario e inconsapevole che hanno i ragazzi della sua età. La parola che usa più spesso con me è basta. A volte alza la voce. Poi passa e fa finta di niente. Allora anch’io faccio finta di niente e andiamo avanti. Con suo padre è un altro: ride, scherza, si confronta. Ogni tanto lo osservo e penso che forse il mio compito, per ora, è proprio questo: essere la parete da cui rimbalzare mentre capisce chi è. Non è sempre facile da accettare. Ma ci sto lavorando. Il calcio lo aiuta, mi sembra. Lo pratica da anni e da qualche tempo ho visto qualcosa cambiare. Un impegno diverso, più silenzioso e più serio. Partita dopo partita, allenamento dopo allenamento, qualcosa è migliorato. Quando lo guardo dagli spalti in certi momenti non riconosco il ragazzo del “basta”. Là fuori è tutto corsa e presenza. Là fuori sembra sapere già chi è. Quando invece segue la sua squadra del cuore, è un’altra cosa ancora: c’è qualcosa che assomiglia all’appartenenza, al fare parte di un cosmo che va oltre il sé. Lo guardo mentre guarda la partita e penso che forse è questo che sta cercando, a tredici anni, un posto dove stare, un noi in cui riconoscersi.

Poi c’è lei, mia figlia. Ha dieci anni ed è il sole. Non è una metafora, è proprio così: entra in una stanza e la stanza si scalda. Ha un carattere forte, sa quello che vuole, non le si può dire niente senza che abbia qualcosa da rispondere. Gioca a calcio anche lei, è una sintesi di grinta, gambe veloci e capacità di leggere il gioco, anticiparlo, starci dentro con concentrazione. Per lei il campo è libertà, non appartenenza. È il posto dove corre senza che nessuno possa dirle come farlo. E di libertà, lei, sa già qualcosa. Me l’ha dimostrato pochi giorni fa, con una naturalezza disarmante. Mi ha raccontato che aveva chiarito con una sua amica al termine di un bisticcio, le ho detto che possiamo restare amiche, ma io voglio essere libera. L’ho guardata senza parole. Dieci anni. Una frase che molti adulti non riuscirebbero a dire. A lei è uscita così mentre addentava una merendina e poi è passata ad altro.

Con lei è più facile, lo ammetto. Forse è solo che mi rimanda qualcosa di più leggero e io, che ansiosa lo sono sempre stata, con lei respiro un po’ meglio. Perché l’ansia è il mio tallone d’Achille da quando sono diventata mamma. Vorrei stare sempre lì, vicino a loro a vedere come va. Vorrei sapere sempre tutto, anticipare tutto, esserci per tutto. Invece il lavoro più difficile che sto imparando è trattenermi. Fare un passo indietro. Lasciarli andare in campo, a scuola, incontro alla vita, senza aggrapparmi. Guardarli da lontano e fidarmi. L’amore per i figli grandi è fatto soprattutto di questo: di resistenza. Di stare ferma quando vorresti muoverti, di tacere quando vorresti parlare, di aprire quando vorresti stringere. Non te lo insegna nessuno. Te lo insegnano i figli, a modo loro, senza troppa gentilezza e senza accorgersene. Mio figlio con i suoi basta che fanno male e poi passano, con il suo impegno silenzioso in campo, con quello sguardo che ha quando segue la sua squadra e sembra dire: io appartengo a questo. Mia figlia con i suoi abbracci a sorpresa che arrivano quando meno te li aspetti.

Quindi buona festa a me e buona festa a loro. A lui che cresce. A lei che vuole essere libera e non ha paura di dirlo.

Sono orgogliosa di loro in un modo che non riesco sempre a dire ad alta voce. E ho paura per loro, per il futuro che non controllo, per le cose che non potrò evitare, per tutto quello che dovranno necessariamente attraversare. Mi fanno arrabbiare, spesso. Mi sorprendono, sempre. È in quello spazio lì, tra la rabbia e la meraviglia, che abita, credo, la parte più vera di questo mestiere.

Io nel frattempo continuerò a fare quello che so fare: volergli bene in modo eccessivo, preoccuparmi più del necessario e stare lì, un passo indietro, come sto imparando, pronta a fare il tifo.

E se anche tu oggi ti sei organizzata la festa da sola, se anche tu stai imparando a tenere le mani aperte invece di stringere, se anche tu abiti quello spazio strano tra la rabbia e la meraviglia, allora buona festa anche a te. A noi. Che stiamo facendo del nostro meglio, spesso senza che nessuno se ne accorga.

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