La gatta nera
Sottotitolo non presente: La gatta nera
Leggi l'articolo
- SCRITTURE
- |
- Pubblicazione: 19 feb 2026
- |
- Scritto da Federica Bertaggia
Quando nacque il nipotino non si piantò un albero in giardino ma si prese un gatto.
Camilla fu appoggiata sulla soglia di casa dalle mani ruvide della signora, che le diede un piccolo buffo d’incoraggiamento sul posteriore. La gatta annusò lo zerbino e mosse adagio i primi passi all’interno di quella dimora sconosciuta.
L’esplorazione fu un processo lento, fatto di fiutate e intuizioni, zampate repentine a tende e cuscini, impercettibili tremori d’orecchi ad ogni nuovo rumore. L’ambientamento definitivo non tardò ad arrivare e a sancirlo fu un saltino sul divano, seguito da un pisolino sulle ginocchia della signora e dall’avvicinarsi ogni mattina al signore durante il rituale di rasatura, strusciandosi silenziosa tra le sue gambe. Nei primi tempi, quando qualcuno la chiamava, non rispondeva subito: si girava lentamente, valutava la situazione e solo dopo decideva se valesse la pena alzarsi. Ma la caratteristica che si guadagnò l’affetto della signora, che mai prima di allora aveva considerato l’idea di avere un animale da compagnia, era la sua innata educazione: ogni volta che una porta veniva chiusa si sedeva davanti e aspettava, paziente e silenziosa, finché qualcuno non la riapriva. Non miagolava mai. Aspettava e basta.
Camilla destò grande interesse e simpatia anche negli ospiti che frequentavano quella casa. Ogni nuovo arrivato veniva sottoposto a un esame silenzioso: si avvicinava, annusava le scarpe, poi decideva se quella persona meritasse ulteriori attenzioni o potesse essere ignorata per il resto della visita. Una gatta così raffinata, dal manto nero e lucido, con gli occhi verdi e vividi, non poteva che conquistare tutti.
I tre anni che seguirono scorsero quieti, scanditi dai ritmi di una casa dove tutto aveva il suo posto. Camilla imparò presto che il divano del salotto era suo di diritto, specialmente il cuscino nell’angolo vicino al termosifone. Scoprì anche che la cucina, tra le undici e mezzogiorno, valeva la pena di essere presidiata con attenzione, sedendosi in bella vista accanto alla credenza con l’aria di chi non sta chiedendo nulla ma si aspetta qualcosa. Sul letto matrimoniale, invece, non era gradita, almeno fin quando i signori erano svegli. Una sera d’estate, però, con la finestra del primo piano spalancata sul buio, aveva trovato il modo di arrampicarsi su dal giardino e di piombare nel letto tra i due addormentati, con tutto il peso e la soddisfazione di chi ha risolto un problema complicato.
Col nipotino, che nel frattempo aveva imparato a camminare e poi a correre, i rapporti furono presto definiti. Dal suo punto di vista, Camilla era qualcosa di meraviglioso e disponibile: le tirava la coda, la raccoglieva da terra senza preavviso, la stringeva con un entusiasmo che lei non aveva richiesto né gradito. Le parlava da vicino, con quella voce acuta dei bambini piccoli che a Camilla arrivava come un suono incomprensibile e vagamente allarmante. A volte la inseguiva da una stanza all’altra con un giocattolo in mano, convinto di farle un favore. Bastarono poche settimane perché Camilla imparasse a leggere i segnali: il rumore dei suoi passi pesanti sul pavimento, la porta del salotto che si apriva di scatto. Spariva prima ancora che lui entrasse.
Poi, un pomeriggio di novembre, il signore ricevette una telefonata. Prese il cappotto, le chiavi, uscì.
Aveva percorso pochi chilometri quando sentì un rumore provenire dal sottoscocca e vide qualcosa schizzare via dal passaruota: un lampo nero che spariva nel fosso a bordo strada. Non aveva bisogno di fermarsi per capire. Camilla doveva essersi infilata nel vano motore mentre l’auto era ferma in cortile, in cerca di caldo. Con l’auto in moto era scappata via spaventata in mezzo ai campi.
Tornò indietro. Raccontò tutto alla signora, che andò a controllare il cuscino sul divano, la cuccia in cucina, il retro della porta. Tornò in salotto e scosse la testa.
Uscirono insieme, chiamarono lungo la strada e nei campi finché non fece buio. Il mattino dopo il signore ci tornò da solo con gli stivali alti, per quasi due ore, tra siepi, filari e campi aperti. Niente.
L’inverno arrivò rigido. I campi erano duri come pietra.
Ogni tanto, quando i signori si recavano al caffè del paese, la storia usciva fuori. I compaesani scuotevano la testa, dicevano che i gatti sono imprevedibili, che magari era stata adottata da qualcuno. I signori ascoltavano, annuivano, e il discorso scivolava su altro.
Passarono quattro mesi.
Fu una mattina di fine marzo che una donna del paese, seduta al solito tavolo, disse che da prima dell’inverno, nella campagna vicino a casa sua, si aggirava una gatta nera. Non si faceva avvicinare da nessuno. Lei le metteva una ciotola di cibo fuori dalla porta ogni sera e ogni mattina la ritrovava vuota.
Raggiunsero la zona nel pomeriggio e ricominciarono a chiamarla. In fondo al campo, un puntino nero immobile. Poi il puntino cominciò a muoversi.
La signora si inginocchiò sull’erba umida. Camilla avanzava attraverso le zolle con passi incerti, magra, il manto opaco per i mesi all’aperto. Si fermò a un metro, annusò l’aria, poi fece l’ultimo passo e le salì sulle ginocchia.
La riportarono a casa. Camilla entrò, annusò lo zerbino, girò per le stanze con la stessa cautela di quattro anni prima. Come se dovesse ricominciare da capo a capire dove si trovava.
In principio ci fu qualcosa che assomigliava al risentimento. Mangiava, dormiva, girava per le stanze, ma con una certa distanza, come se non fosse ancora disposta a fare finta che non fosse successo niente. Le strusciate sulle gambe del signore tardavano ad arrivare, il posto sul divano lo riprese con meno convinzione del solito. Poi, gradualmente, come l’ago di una bussola che trova di nuovo il nord, tutto tornò al suo posto. Una mattina si presentò nuovamente al cospetto del signore durante la rasatura, silenziosa, come se non fosse mai andata via. Il cuscino vicino al termosifone, la postazione in cucina tra le undici e mezzogiorno, il pisolino sulle ginocchia della signora. Le sue manie, i suoi ritmi. La vita, insomma, esattamente dove l’aveva lasciata.