Santina della corriera
Sottotitolo non presente: Santina della corriera
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- Pubblicazione: 3 nov 2026
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- Scritto da Federica Bertaggia
Avevo sei o sette anni. Era autunno e con i miei genitori percorrevo talvolta una strada di campagna lungo un canale, per andare a trovare dei parenti. Io guardavo fuori dal finestrino e ripassavo a ritroso i miei punti di riferimento, fino alla curva oltre la quale sapevo di trovare la vecchia corriera, ferma sotto un salice.
Si diceva che in quella corriera abitasse una vecchia che aveva perso la casa. Si diceva che vivesse senza riscaldamento e senza acqua corrente e che avesse rifiutato l’offerta del Comune di trasferirsi in una casa popolare. Si diceva fosse strana, che vestisse sempre di nero e che si spostasse soltanto in bicicletta.
Coglievo frammenti dai discorsi degli adulti. Non facevo domande.
Poi sono cresciuta e quell’immagine è rimasta in fondo alla memoria per quasi quarant’anni, senza che io sapessi più di averla.
Fino a un giorno qualsiasi quando, senza una ragione apparente, Santina mi è tornata in mente.
Mi sono accorta che non sapevo quasi nulla di lei. Non conoscevo la sua storia. Eppure l’avevo custodita per tutta la vita.
Sentivo di doverla ritrovare. Sono andata al cimitero.
Non avevo altre informazioni che un nome. Ho cominciato a camminare incerta tra le lapidi.
Ero lì, in piedi, quando due signore si sono avvicinate per chiedermi se cercassi qualcuno.
“La Santina della corriera”, ho risposto un po’ esitante.
“Ah”.
Si sono guardate e in un attimo è stato un fluire di ricordi. Una mi ha raccontato di quando Santina doveva operarsi agli occhi e non c’era nessuno che potesse starle accanto in ospedale. “Ci sono andata io, a farle assistenza per due notti. Per ringraziarmi ha voluto regalarmi quel quadretto della Madonna che vede lì”, ha detto indicando l’interno della cappella di famiglia.
L’altra ricordava il “traverson” nero, il colletto bianco, la bicicletta ferma ai cancelli e le preghiere sussurrate per chi le aveva lasciato due zucche, del radicchio o una resta di cipolle.
Sono tornata a casa con la sensazione che qualcosa si fosse sbloccato. Il ricordo, rimasto per tanto tempo in fondo alla memoria, era risalito tutto insieme, senza darmi tregua. Ho capito che non potevo più lasciarlo lì. Ho dovuto ricostruire la sua storia e questo è quello che ho trovato.
Santina nacque nell’inverno del 1922, quando nelle campagne venete si faceva la fame in silenzio.
La casetta di mattoni ai piedi dell’argine, dove la terra si dissolve in barene e canneti, non era loro. Suo padre Bepi era mezzadro di un ricco proprietario: metà del raccolto a lui, metà alla famiglia.
Né Bepi né la figlia sapevano leggere.
La madre morì nel 1928, quando Santina aveva sei anni. Da allora rimasero in due. Lei si alzava alle quattro con il padre, mungeva, raccoglieva le uova, legava le viti o sgranava le pannocchie a seconda della stagione. A scuola ci andò solo pochi giorni e non riuscì ad imparare né a leggere né a scrivere. Con il catechismo andò diversamente. Quello lo assimilò con le orecchie. La domenica, in fondo alla chiesa, ripeteva a labbra strette le risposte che don Giuseppe faceva dire ai bambini. Chi ci ha creati? Dio ci ha creati.
A diciotto anni, nel 1940, quando il parroco glielo chiese, fu lei a insegnare la dottrina ai più piccoli.
Non smise per più di cinquant’anni.
Santina soffriva di una strana malattia, a cui la gente del paese diede il nome di “mal caduto”. Si diceva che fosse cominciato da bambina, quando un portone si era richiuso con un colpo secco alle sue spalle.
Da allora bastava una parola: “pam”. Lei s’irrigidiva e cadeva a terra senza un grido. Dopo poco si rialzava, si riassettava la veste e riprendeva il discorso esattamente da dove era stata interrotta. Quasi come se niente fosse.
Ai ragazzi sembrava un gioco.
Nell’estate del 1969, quella dell’uomo sulla Luna, mentre in paese tutti stavano davanti alla televisione dei bar, un bambino di nome Gino, nove anni, gridò la parola da dietro un pioppo. Quando la vide a terra credette di averla uccisa.
Santina si rialzò, gli andò incontro e disse:
“Domani alla dottrina ti spiego il quinto comandamento”.
Gino, che ebbe una lezione di teologia morale sul significato ampio di “non uccidere” e fu sgridato ferocemente anche da Bepi, non saltò più una lezione di catechismo fino all’età del militare.
Bepi morì a metà degli anni ’80 e, poche settimane dopo il suo funerale, arrivò per lettera la notizia: il padrone aveva venduto la terra a una società di Mestre e la casa andava lasciata entro Natale.
La gru arrivò a gennaio, di primo mattino, con una grossa palla di ferro sospesa a un cavo.
Santina sedeva nel cortile tra le sue poche cose: un baule, un crocifisso, il materasso arrotolato, una pentola. Vide la palla oscillare, poi colpire il muro della cucina.
Il colpo fece un suono sordo, identico a quello che per tutta la vita aveva preceduto le sue cadute.
Oltre il fosso, i curiosi trattennero il fiato, aspettando che cadesse. Ma Santina rimase seduta, dritta, con le mani in grembo.
Quando il giovane gruista le chiese dove avrebbe dormito, rispose:
“Dove il Signore vorrà mandarmi”.
Il Signore la mandò in fondo alla strada bianca, dove una vecchia corriera giaceva abbandonata in un prato. Gino, ormai trentenne, e altri uomini del paese la trascinarono con i trattori fino al salice, accanto al canale.
Il padrone non si fece mai vedere. Tanto meno i suoi eredi.
La corriera divenne la sua dimora. Santina chiuse la porta e per tanti anni non lasciò entrare nessuno.
Dai vetri polverosi si vedeva soltanto, appena calava il sole, il tremolio di un lumino.
Non volle mai la luce elettrica. Cucinava su un bidone di braci, si scaldava con la stufa e attingeva l’acqua a una pompa. Contava le ore con i rintocchi delle campane.
Ogni giovedì pedalava fino al negozio della piazza e poi girava per le corti del paese. Non chiedeva mai: si fermava da chi sapeva e tornava con il cestino pieno di frutta, di verdura, di farina, di uova. Lei ricambiava con le sue preghiere.
Federico, un artigiano del paese, volle sdebitarsi per quello che lei aveva dato ai suoi figli: il catechismo e i comandamenti, certo, ma soprattutto l’esempio di una vita vissuta nella fede. Le regalò una Bibbia con le pagine vergate in foglia d’oro. Lei, che non sapeva decifrare le lettere, ogni settimana avvolgeva il libro in una coperta e andava da lui a farsi leggere un brano.
Gli anni passarono e, a un certo punto, vivere nella corriera diventò troppo difficile. Santina non era più giovane, le forze diminuivano e le cose che per anni aveva fatto da sola erano diventate fatica.
Quando le proposero di trasferirsi in una casa di riposo, questa volta accettò.
In un autunno dei primi anni Duemila lasciò la corriera senza clamore, portando con sé le poche cose che aveva.
Quella sera, per la prima volta dopo tanti anni, dietro i vetri non si accese il lumino.
Santina trascorse l’ultimo inverno nella casa di riposo. Morì nel 2003, a ottantun anni.