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Giacomo Noventa: i poeti no gà da ‘ver casa. (seconda parte)

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  • Pubblicazione: 18 mag 2026

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Me son fato

D’ogni dubio un dover

Me farò del dover un dirito

ch’el passà sia passà.

 

Un po’ come i contadini attorno al fuoco che non di rado immortalava nelle sue poesie, Giacomo Noventa quasi non scriveva: recitava ad alta voce i suoi versi che, senza eccezioni, conosceva a memoria. inventava la sua lingua poetica ogni giorno, una lingua che era un rifiuto della cultura novecentesca, in particolare del Decadentismo e dell’Ermetismo, che fortemente avversava.

Maestro di vita prima ancora che di stile, come ha scritto Cesare Segre, Noventa cercò per tutta la sua esistenza un suo personale «equilibrio» interiore, in lotta contro ogni forma di pregiudizio. Sempre secondo Segre venne (e viene?) «ostracizzato dalla cultura italiana» per le sue prese di posizione intransigenti e il suo ricercato antimodernismo. Ciò nonostante, i suoi versi hanno trovato estimatori d’eccellenza quali Giacomo Debenedetti, Franco Fortini, Mario Soldati, Andrea Zanzotto, Giovanni Giudici e numerosi altri. Ma s’inimicò i suoi contemporanei più noti. Impietoso fustigatore di una cultura sempre più elitaria e narcisistica, Noventa si oppose fermamente al divorzio tra poesia e vita. Il dialetto, per contro, era la lingua della quotidianità, l’oralità più pura. Componeva i propri versi a voce, li recitava alla madre e al fratello, e solo dopo anni – su insistenza della moglie Franca – le permise di metterli per iscritto. Versi e poesie – straordinario esempio di “canzoniere d’amore” novecentesco – vinse il premio Viareggio nel 1956.

 

Fu un intellettuale cosmopolita, vissuto tra Venezia Torino Firenze, e Parigi Heidelberg Londra; scelse di ispirarsi al veneziano, costruendo un dialetto tutto suo, per nostalgia e per sdegnoso auto-esilio (ritenendo l’italiano infrequentabile, per odio contro la cultura del fascismo e contro i letterati italiani contemporanei); come elesse a nome d’arte Noventa (lui Cà Zorzi all’anagrafe) in omaggio al paesetto di nascita, Noventa di Piave. Una maschera di possidente terriero conservatore, in polemico rimpianto d’un tempo antico quando in dialetto si poteva conversare con amici selezionati e magari recitare affabilmente versi senza scriverli; una società civile e umanamente gerarchica dove l’onore e il rispetto contavano più del mito massificato della sublime gloria letteraria.

 

Noventa è capace di regalarci poesie straordinarie nella loro apparente semplicità, di parlarci del nostro tempo presente, un tempo in cui il maschio cristiano, etero, bianco - come nel componimento che segue -

sta trovando la sua rabbiosa rivincita su decenni in cui faticosamente si è cercato di costruire una cultura di consapevolezza, di equità e di cucitura delle ferite secolari del patriarcato.

 

A C.L.F.

 

Gh’è nei to grandi - Oci de ebrea

Come una luse - Che me consuma;

No’ ti-ssì bèla - Ma nei to oci

Mi me vergogno - De aver vardà.

 

Par ogni vizio - Mio ti-me doni

Tuta la grazia - Del to bon cuor,

A le me vogie - Tì ti-rispondi,

Come le vogie - Mie fusse amor.

 

Sistu ‘na serva - No’ altro o pur

Xè de una santa - ‘Sta devozion?

Mi me credevo - Un òmo libero

E sento nascer - In mi el paron.

 

Vero xè forse - Che in tuti i santi

Gh’è un fià de l’ànema - Del servidor,

Ma forse, proprio - Par questo, i santi

No’ se pardona - Nel mondo amor;

 

No’ i canta, insieme - Co’ done e fioi,

Intorno ai foghi, - “El pan! El vin!”,

Co’ more l’anno - Nei me paesi,

Se prega un altro - Anno al destin;

 

Secondo el fumo - Che va col vento,

Scominzia i vèci - A profetar...

“O scarso, o grando, - Ne sia el racolto,

Sperar xè tuto - E laòrar”.

 

Cussì mi vivo - zòrno par zòrno,

Come un alegro - Agricoltor,

Vùi destraviarme - Vardarme intorno,

Mèter un voto - Fra mi e ‘l Signor...

 

Ma nei to grandi - Oci de ebrea

Ghe xè una luse - Che no’ pardona;

Tì-ssì una santa - E nei to oci

No’ vùi più creder- Che gò vardà.

 

(C’è nei tuoi grandi occhi di ebrea / come una luce che mi consuma; ) non sei bella, ma nei tuoi occhi / mi vergogno di aver guardato. // Per ogni mio vizio tu mi doni / tutta la grazia del tuo buon cuore, / alle mie voglie tu rispondi ) come se le mie voglie fossero vero amore. / Sei tu una serva o questa tua devozione / è piuttosto quella di una santa? mi credevo un uomo libero /e sento nascere in me il padrone. / È forse vero che in tutti i santi / c’è un poco dell’anima del servitore, / ma forse proprio per questo i santi / non possono concedersi l’amore in questo mondo; / essi non cantano insieme con le spose e i figli, /intorno al focolare, “Il pane! il vino!”. / Quando finisce l’anno, nei miei paesi / si chiede al destino un altro anno; / e secondo la direzione del fumo spinto dal vento / i vecchi cominciano a fare previsioni: “Scarso o abbondante che sia il raccolto, / tutto sta nello sperare e nel lavorare”: / Così io vivo giorno per giorno / come un allegro agricoltore, / voglio distrarmi, guardarmi intorno, / porre un voto tra me e il Signore… / Ma nei tuoi grandi occhi di ebrea / c’è come una luce che non perdona; / tu sei una santa e nei tuoi occhi / non voglio più credere di aver guardato).

 

 

La C.L.F. della dedica è Clara Lotte Fuchs, una ragazza che era stata sua compagna negli anni (i ‘30) di Heidelberg. Con lei si recherà reca a Marburgo, poi passerà tre mesi a Vienna ed infine a Weimar.

Strana poesia d’amore, si può affermare, in cui l’innamorato dichiara di vergognarsi della relazione e di volerla rimuovere. Tutto si concentra negli occhi di lei - oci de ebrea - espressione rischiosissima perché riassume stereotipi e paure; c’è al contempo erotismo ed esotismo, c’è l’abisso di molte generazioni perseguitate, l’ingannevole ansia di assoluto e riscatto di una borghesia troppo imbelle per non essere destinata a soccombere sotto la sferza dei totalitarismi. Occhi grandi, dunque, colmi de una luse che consuma. L’abnegazione servile di lei priva anche lui di un grado di libertà. Un’abnegazione erotica che ambisce a essere interpretata come devozione infinita, mistica; ma i santi veri (anche se in tutti loro si nasconde forse un fià de anema del servitore) sanno distinguere i piani non si permettono, amore nel mondo. Essi sanno che l’amore divino ha altre leggi rispetto all’amore degli uomini. Ed ecco che Noventa, nei versi successivi ci parla dei rituali agrari del capodanno nelle sue terre: sulla bocca i nomi dell’eucarestia (il pane, il vino) e la rassegnazione nel cuore (gli auspici non sono veri auspici, ma mansueta accettazione e la speranza si riduce alla necessità di lavorare), i contadini obbediscono ai limiti imposti dalla Chiesa pur di garantirsi la sicurezza del nido (co’ done e fioi).

Una poesia dove si rivela un campo di battaglia di convinzioni decisive: questa ebrea non bella, ma dai grandi occhi, è il contraltare di un’altra ebrea dalle belle gambe, la Dora Markus di Montale. Condannata a sparire nel gorgo coi suoi antenati “alteri e deboli”, col suo magico amuleto, Montale ne idealizza la figura: ne fa un simbolo. Riferendosi alle ambizioni sbagliate dei “poeti moderni”, Noventa sapeva essere “acido”:

 

I se contenta de qualunque dona

E po’ i la vòl beata su le carte

 

Per lui non può e non deve esserci confusione tra vita e poesia. Eppure, mi permetto di osservare, In quegli occhi grandi il poeta ci ha guardato e la poesia non sa chiudersi se non tornando su quel segno indelebile di contraddizione. I parametri si confondono: è l’ebrea a donare la “grazia” ed è lui che vorrebbe stabilire un “patto”; la santità di lei lo fa sentire un “paròn”, ma il popolo in cui vorrebbe rifugiarsi adotta nel parlare comune il “sciào”, il “servo suo”, il “comandi”. Se le poesie servono a mettere in crisi le convinzioni ideologiche dell’autore, gli occhi di Clara Lotte Fuchs - nel ricordo e nell’ossessione - hanno scardinato per un istante l’aristocrazia reazionaria di Noventa, la sua snobistica esibita estraneità ad ogni decadentismo.

 

Noventa fa sicuramente suo, riscrivendolo, un ideale ridimensionato di poeta, attinto da un testo di Goethe (Einschränkung), per quel suo ritrovarsi simile fra i simili, per quel commisurare la grandezza su un perimetro ridotto, lasciando a macerare nell’intimo il turgore che lo divora:

 

Fùssela questa la me ambizїon?

Picolo farme co’ tuti i picoli,

E morir de passїon.

 

Dal «picolo» al «gnente» di una più radicale messa in questione di ambizioni, condizioni, posizioni, persino in amore:

 

Saver de no’ esser gnente

Xé scominziar a amar.

 

Una parola-chiave che ritorna anche per denunciare il peccato d’artificio (’Ste parole preparàe») rispetto a Quante àneme danàe, / che ne parla umanamente sicché la zente del comune sentire e del comune dolore, può attrarre in rima l’Io con il suo gnente, di persona e opera.

 

Nel realistico motivo del ritorno al me paese dell’ormai forestier, il sentimento di perdita si stempera nel passaggio di consegne dei suoi sogni di allora ai giovani d’oggi, nei quali vedrà continuare il suo spirito d’avventura, rifiutando dunque il consorzio coi altri vèci intorno al fògo.

Nelle Ultime Poesie c’è un omo che more e il poeta non rinuncia alla sfida del paradosso se, già prima di morire, implora il rispetto dovuto ai defunti: Cavéve el capelo, / Come fusse zà morto mentre, per il dopo, propone una surreale sfida alla morte: Speté almanco un fià, / Come se fusse vivo / E volesse risponderve. Viceversa, quando il passato non è un peso, ma un presente che fu, la lucida ammissione dell’irreversibilità del tempo (Tuto se désfa col gémo dei giorni, / Tuto passa anca se d’arte) sarà l’antidoto, come in No’ più fantasmi, a proposito di una vecchia poesia scritta con Mario Soldati, contro la tentazione di resuscitare carte defunte, espressioni di sentimenti desueti (De cantar che anca mi gò penà). E nella consapevolezza ch’el passà sia passà.

 

Andrea Zanzotto, uno dei principali estimatori di Noventa, sottolinea la quasi inevitabilità delle parole del poeta, e si concentra sulla figura che domina tutta la poesia: il putèl, ill bambino. Noventa torna bambino e, a causa di questa regressione, torna a non capire. Il critico esalta la grandezza del poeta veneziano, riconosce la sua straordinarietà nei confronti della letteratura contemporanea. Per tutto il corso della sua esistenza, Noventa aveva al contrario cercato di capire tutto, specialmente attraverso la sua vasta attività di saggista. Con Parcossa tanto odio, il poeta fa un passo indietro, ma al tempo stesso spicca un enorme balzo in avanti, prendendo consapevolezza della propria condizione. Per il critico, l’importanza della frase Torno a no’ capir sta nel fatto che «egli accetta la riduzione a un’impotenza, il non raccogliere più nulla dal passato, l’aprirsi davanti dell’ancùo, del doman, come silenzio e interrogazione; ma nello stesso tempo qualche cosa in lui fa grumo intorno a un nucleo irriducibile di presenza, che tutto deve attendere, e lo attende almeno nella minima violenza del suo esserci, emergente come ritmo del dire.»¹

 

Il senso di impotenza che pervade l’anima del poeta si manifesta, a parere di Zanzotto, anche nel suo atteggiamento nei confronti dei valori umani. Il critico nota un deciso cambio di direzione nella visione che Noventa ha del mondo e di ciò che lo circonda.

«Noventa si avvicina alla pronuncia di una realtà gravemente danneggiata, difendibile soltanto nel rischio, appunto, di una contraddizione, e assai lontana dalle certezze (talvolta fin troppo rigide) che egli aveva sempre gridate; ma in questa sua incoerenza raggiunge di fatto una coerenza più complessa, mette a nudo le ragioni più profonde del proprio agire, la verità implicita che lo aveva guidato nella sua allarmata e amorosa vigilanza sui valori. Questi valori, che non potevano porsi all’aperto com’egli avrebbe voluto, e che pure egli toglieva al plein air con la stessa insistenza della sua difesa e con il nasconderli nella sua lingua privata (un po’ sopra o un po’ sotto della “norma”), bisbigliandoli-urlandoli all’orecchio (ah solo le recie).»²

 

Secondo l’attenta analisi del poeta di Soligo solighese, Noventa intende il dialetto quale lingua propria della madre, lingua parlata nella matria (per usare un termine caro a Zanzotto).

«Il dialetto-madre è dunque ciò che copre, che permette di arretrare (dato che l’arretrare è necessario) ma come in una immobilità; conferisce energia al sussistere in una continuità che in qualunque verso si muova pure è sempre la stessa. Con il dialetto Noventa passa vicino all’ironia e alla memoria-infanzia novecentesca, ma in primo luogo egli può, in esso, trovarsi sempre all’inizio e, obiettivamente, rifugiarsi nell’utero portando con sé tutto l’insieme dei valori minacciati o negati dal secolo.»³

 

La sua esigenza di scrivere in dialetto è assolutamente di sentimento, legata alla sfera dell’intimità, che non vuole scadere nel sentimentalismo. La lengua mia noventiana è una sua creazione personale (dal veneziano e dall’italiano), una sorta di dialetto di koinè, illustre, misto di dialetto autentico e di italiano. Zanzotto sottolinea nel dialetto del poeta una forte tinta di casta.

«Quello di Noventa infatti ha tutta l’aria di essere il veneziano cittadino imitato dall’aristocrazia e dall’alta borghesia campagnola di un retroterra veneto che grosso modo corrisponde alla zona tra Piave e Livenza, luoghi dove i “signori” parlano “in xé”, costituendo una classe molto chiusa che galleggiava sopra una plebe contadina dal dialetto ben diverso: statico, quasi “ruzantino”, arcaicamente ricco di fonemi aspri e di tronche, anche se verso la bassa già colorato di dolcezze veneziane.»⁴

 

In conclusione di questo excursus su Giacomo Noventa si può dire che con il dialetto più facilmente si infrangono i codici, animando il linguaggio di affetti generali, facendo agire un egualitarismo che abbassa l'intellettuale e innalza il popolare e, nella sua qualità di lingua-corpo, la poesia diviene soprattutto dialogica, in una socievolezza che convoca gli assenti per “farli dire” oltre che per “essere detti”. Come se questa creazione inedita mettesse a nudo la non definitività del genere poesia, che ambisce invece ad essere cristallizzandosi in una forma definitiva. Ne è un esempio quel rifacimento di motivi di Heine dove, per confortare il putèl, un dialetto italianizzato lo sollecita prima come essere pensante: No’ angossarte, putèl, spera, / e razona el dolor, per sostenerlo infine con la formula più triviale: No’ ‘ver paura.

 

Note

 

1, 2, 3, 4 - Andrea Zanzotto, Noventa tra i «moderni», in «Comunità», n. 130, giugno-luglio 1965. Vale la pena di ricordare che tale rivista - fondata da Adriano Olivetti nel 1946 e diretta fino alla sua scomparsa avvenuta nel 1960 da lui stesso e poi da Renzo Zorzi - è stata una delle voci culturali più influenti degli anni '60 in Italia.

 

Le poesie pubblicate sono tratte da:

Giacomo Noventa, Versi e poesie (a cura di Franco Manfriani, Marsilio, 1988).

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