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"Scambio di culle" di Roberto Giacometti

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Un giorno si incontrarono tre vecchi amici:

1)    IL MIO TEMPO È DENARO

2)    IL DENARO È LO STERCO DEL DIAVOLO

3)    TUTTO IL TEMPO

I tre non s’incontrarono per caso, certo che no. Pur se si conoscevano da tanti anni, fu una curiosa circostanza che li fece ritrovare lì, alle 18:00 in punto di martedì 21 marzo, primo giorno di primavera, davanti ad una cioccolata calda all’antico Caffè Minetti, attorno al tavolino tondo di marmo con le gambe ricciolute di ghisa, reperto in puro stile Liberty anni ’20 di cui si faceva vanto il Caffè Minetti degli Eredi Ubaldo Minetti & C., aperto nel 1908.

Era stata un’autentica coincidenza: tutti e tre, all’insaputa uno dell’altro, avevano anonimamente pubblicato un annuncio sul Corriere del Mattino, nell’edizione del 19 marzo, giorno di San Giuseppe e festa del papà, che quell’anno cadeva di domenica, proprio quando tutti avrebbero letto il giornale per via delle celebrazioni che si tenevano in onore del patrono della città.

Volendo dare il massimo risalto all’annuncio, non può dunque destare eccessiva meraviglia questa concordanza di data, ma che tutti e tre avessero scritto lo stesso identico testo, parole e punteggiatura tali e quali, è certamente un fatto straordinario.

Così recitava l’annuncio: Sono un uomo realizzato, però mi manca qualcosa. Non so cosa, ma cerco chi ce l’ha per utili scambi.

Ciò che a maggior ragione rende il fatto ancora più inconsueto è che i tre annunci, correttamente pubblicati tre volte sul Corriere poiché tre volte pagati, non riportavano un numero, una sigla di riconoscimento, un recapito postale o un luogo, un’ora e una data di un eventuale appuntamento. Oltre che anonimi, erano pertanto annunci destinati a non trovare risposta nemmeno da quanti avrebbero voluto mettersi in contatto con gli autori. Lo garantivano anche le regole deontologiche del quotidiano, unico ad avere traccia degli autori. I tre signori avevano così inteso manifestare il loro appello in forma pubblica, addirittura a grandi caratteri incorniciati sul giornale di più ampia diffusione locale, e proprio sotto la festa di San Giuseppe. Certamente si può dedurre che fosse per loro una questione importante.

Quella fatidica domenica 19 marzo tutti e tre acquistarono il Corriere di buon’ora, eccitati dall’idea di vedervi pubblicato il proprio appello. Disdegnando la cronaca, andarono subito alla pagina delle rubriche dove, vistosi ed affiancati, campeggiavano non uno, ma tre identici annunci.

IL MIO TEMPO È DENARO, persona determinata e spiccia, si convinse immediatamente di una speculazione del giornale, nella forma di un preteso equivoco per incassare addirittura il triplo, anziché il già cospicuo esborso per il 12 moduli. Telefonò dunque subito al Corriere per chiarire che lui aveva ordinato un solo annuncio e non tre, e perciò ne avrebbe pagato uno solo.

IL DENARO È LO STERCO DEL DIAVOLO, fervente cattolico, trasalì: la prima cosa che gli venne in mente fu l’analogia, anche se solo velatamente presente, con la Trinità. Egli era uno, certo, tant’è che aveva scritto Sono un uomo, ma davanti a quella pagina era come se si riconoscesse triplicato. IL DENARO È LO STERCO DEL DIAVOLO, anche se non particolarmente illuminato, era però fondamentalmente onesto. Dunque abbandonò presto – vergognandosene – l’insano pensiero e lo tramutò in un semplice colpo di fortuna, nel senso che il suo annuncio era in tal modo ancora più evidente. Avendo però anche la fortuna un che di soprannaturale, ringraziò Dio e si recò alla Santa Messa con piena disponibilità d’animo.

TUTTO IL TEMPO, intellettuale appesantito dalle troppe ore di riflessione trascorse in poltrona, lesse e si stupì, ma ritenne che intanto era il caso di finire il caffelatte. Ritornò al pensiero di quel triplice annuncio solo radendosi. La più semplice deduzione fu che si fosse trattato di un banale errore di impaginazione, ma dato che la semplicità non era di casa a casa sua, TUTTO IL TEMPO passò l’intera domenica ad arrovellarsi sulle possibili ragioni dell’accaduto, finché giunse alla tanto assurda quanto illuminante intuizione: potevano essere stati loro, i due dello scambio di culle. Quindi guardò l’ora: non era troppo tardi per disturbare quelle sue vecchie conoscenze: IL MIO TEMPO È DENARO e IL DENARO È LO STERCO DEL DIAVOLO. Bastava solo recuperare dalla rubrica i loro numeri di telefono, che non stavano nella giusta pagina dell’ordine alfabetico, ma sul retro della copertina, scritti in grande, in modo da non andare smarriti. Così, infatti, avevano prudentemente deciso i tre, per poter restare in contatto in caso di emergenza. E quella, salvo verificarlo, pareva proprio un’emergenza.

* * * * *

Non si vedevano più dai tempi del liceo. Ognuno aveva preso la sua strada e vissuto molti anni della sua vita. Ma erano nati lo stesso giorno – il primo giorno di primavera –, nello stesso ospedale, dove si verificò il fatto. O meglio, dove forse si verificò il fattaccio, ossia lo scambio di culle che non era stato possibile accertare. O meglio, che loro stessi e i rispettivi genitori rifiutarono di accertare.

In quel giorno le tre madri, ricoverate nella stessa stanza del reparto di ostetricia e neonatologia dell’illustre nosocomio cittadino, partorirono di parto naturale – tutte alle 18:00, minuto più minuto meno, ma così risulta agli atti –, senza particolari complicanze, nella stessa grande e fredda sala parto. Fu un evento eccezionale, che il personale sanitario dovette affrontare con misure straordinarie mai adottate prima. Non erano tempi, quelli, in cui i neonati venivano adagiati sul ventre delle madri ancora sporchi di liquido amniotico e legati al cordone ombelicale, in modo da non rendere brusco il distacco tra quelle creature che avevano convissuto carnalmente per nove mesi, e in modo da far conoscere, quasi presentandoli, il bebè alla sua mamma e viceversa. E non erano nemmeno tempi, quelli, in cui i padri potevano assistere al parto. I neonati venivano mostrati di sfuggita alla madre, giusto per farle notare i genitali, e poi venivano avviati al protocollo di routine: controlli, pulizia, pesatura, ciripà, vestizione, dentro al porte-enfant e via alla nursery, nella culla assegnata. Solo dopo un paio d’ore, accudita la madre, le veniva portato il neonato per la prima poppata, e anche in quella circostanza in assenza del padre, se nella stanza c’era più di una degente, per rispetto del pudore. Spesso, a quell’epoca, i padri vedevano i figli per la prima volta stando dietro al vetro della nursery. E a quell’epoca, va detto, non erano ancora in uso i braccialetti di riconoscimento.

NON DEVO ESSERE TITUBANTE era un’infermiera tirocinante di 19 anni, pertanto non ancora diplomata, che frequentava la scuola per infermieri e alloggiava presso il convitto adiacente all’ospedale, dove venivano ospitati gli studenti provenienti, come lei, dalla lontana provincia. Carina, coi capelli raccolti nella cuffia e la divisa ben stirata, timida, fin troppo ossequiosa con le docenti e i medici, non brillava per rendimento, ma andava comunque orgogliosa della sua scelta: fare l’infermiera, e quindi avanzare socialmente e professionalmente rispetto al padre bracciante e alla madre casalinga.

Quel giorno c’era stato parecchio lavoro al reparto, con picchi di confusione e irritazione tra i sanitari, e l’infermiera che in genere la seguiva nell’apprendimento era malata. Sicché NON DEVO ESSERE TITUBANTE si trovò per qualche momento da sola, a badare ai numerosi esserini strillanti, così simili tra loro nelle prime ore dopo il parto, che avevano quasi riempito la nursery. Già, perché a quei tempi di bimbi ne nascevano tanti. I tre maschietti nati quel giorno erano pronti per la prima poppata, ma andavano pesati. Stavano tutti sul fasciatoio, a fianco della bilancia. La giovane tirocinante sapeva chi era figlio di chi non già perché erano distinguibili – si somigliavano molto, bruttini e paonazzi com’erano –ma perché li aveva disposti in ordine di culla, dove su un cartellino era scritto il nome e il cognome della madre. Cadde una garza. Lei si chinò per raccoglierla e, rialzandosi, batté forte la testa sul bordo del fasciatoio, il cui ripiano rimovibile si ribaltò, rovesciando a terra i pargoli. «Opporcaloca!» esclamò, più sorpresa da dolore che dall’accaduto. Poi, prima di raccoglierli, si guardò intorno. Non c’era nessuno, nessuno l’aveva vista. I bimbi si misero a piangere. NON DEVO ESSERE TITUBANTE sistemò il fasciatoio e vi ripose i bebè. Li osservò attentamente, non parevano lividi o contusi, il porte-enfant aveva attutito la caduta, non era successo niente. Gli fece scchhh, scchhh… e li calmò. Tutto bene. Solo non era più sicura, adesso, di chi fosse figlio di chi.

Si diplomò con appena la sufficienza, ma con gli anni fece esperienza e si impadronì del suo mestiere. Di quel fatto, però, non disse mai niente a nessuno. NON DEVO ESSERE TITUBANTE imparò perfino ad essere meno titubante. Sicura nelle sue spiccate doti e forme femminili, accettò il corteggiamento del primario di reumatologia, molto più vecchio di lei, e lo sposò. Ebbe due femmine e un maschio. Dopo soli 12 anni, però, restò vedova. Disponendo di risorse più che sufficienti, lasciò il lavoro per dedicarsi interamente all’educazione dei figli. In queste nuove condizioni di vita, non temendo più di perdere il lavoro o la reputazione, stette tentennando per più di un anno, ma infine si decise: non poteva più sopportare il peso di quella vecchia colpa, mai dimenticata.

Una alla volta, contattò le famiglie di quei tre neonati e raccontò loro tutto quanto. I ragazzi avevano ormai 16 anni e frequentavano il liceo, nella stessa classe. Le famiglie decisero di riunirsi, compresi i figli che non potevano restare esclusi dalla discussione, per valutare la situazione e decidere il da farsi. L’idea di denunciare l’infermiera fu appena accennata. Lei stessa non sapeva se ci fosse stato uno scambio di culle, o se per pura combinazione fosse tornato tutto al suo posto. Al momento non c’era alcuna certezza. La prova del DNA avrebbe potuto sciogliere ogni dubbio, ma a quel punto furono i ragazzi, concordi, a rifiutarsi. Figli naturali o meno che fossero, quelli che li avevano allevati erano ormai i loro veri genitori, e i genitori, alla fine, ne convennero. Il caso, per averla vinta sul beffardo caso, si chiuse così.

I genitori, che prima si incrociavano affabilmente a scuola durante gli incontri con gli insegnanti, presi dall’imbarazzo cominciarono ad evitarsi. I ragazzi, invece, custodirono gelosamente il loro segreto, ma tra loro ne parlavano spesso. Si sentivano speciali. Si divertivano a raccontarsi com’era, e ad immaginare come sarebbe stato se…

Fu così che nacque, e si mantenne sino agli esami di maturità, il sodalizio fra IL MIO TEMPO È DENARO, IL DENARO È LO STERCO DEL DIAVOLO e TUTTO IL TEMPO.

* * * * *

Quindi TUTTO IL TEMPO afferrò la cornetta, si fece coraggio e telefonò a quei vecchi amici. IL MIO TEMPO È DENARO, gli dissero, era ancora al suo ufficio, come ogni domenica, a sistemare i conti con la ragioniera. Nomen-omen. Trovò invece IL DENARO È LO STERCO DEL DIAVOLO che, dapprima incredulo, finì per accettare la realtà dei fatti, non senza sentirsi percorrere la schiena da un brivido di mistero, tanto che lo stesso giorno andò a confessarsi, pronto ad ogni evenienza. Il giorno dopo TUTTO IL TEMPO trovò anche IL MIO TEMPO È DENARO, che parve invece accondiscendere tranquillamente all’idea della fatale coincidenza, appellandosi ad una certa teoria statistica in base alla quale tutto o quasi, prima o poi, può succedere. Con entrambi l’appuntamento fu fissato per il martedì seguente, al Caffè Minetti, alle 18:00 precise. Lì avrebbero discusso del fatto strano.

Ed ora siamo di nuovo a martedì 21 marzo, di fronte a quella cioccolata ancora calda lasciata poc’anzi sul tavolino tondo di marmo, al termine di una giornata di lavoro uguale alle altre. Dopo un breve saluto, TUTTO IL TEMPO fece notare che erano le 18:00 e che pertanto era il loro comune compleanno, preciso al minuto.

IL DENARO È LO STERCO DEL DIAVOLO bevve d’un fiato l’acqua portata dal cameriere insieme alla cioccolata, poi tentò subito di bere dalla tazza anche la cioccolata, senza soffiarci sopra per raffreddarla. Si scottò terribilmente e avendo già bevuto l’acqua prese a scalpitare dicendo di continuo: «Dio mio Dio mio» per due minuti, continuando poi a pensarlo in silenzio, per non dare fastidio, per altri dieci minuti.

IL MIO TEMPO È DENARO ci tenne subito a dire – ma lo fece con amaro sarcasmo –che una volta rincasato la sera avrebbe certamente trovato la moglie e i figli ad accoglierlo in festa, con una cena in abiti eleganti e un regalo in cuoio, oro o seta.

TUTTO IL TEMPO sentì in quel momento di avere già abusato fin troppo del suo ruolo di scopritore della straordinaria coincidenza e, vedendo gli amici in difficoltà, cominciò con modestia e pacatezza a raccontare il perché del suo annuncio. Del suo discorso abbiamo fortunosamente raccolto la registrazione. Ascoltiamo dunque dalla sua viva voce:

«Nel giorno di questo nostro sessantaduesimo compleanno, amici, vi dirò che sono stanco. Così stanco da non riuscire più a pensare di essere stanco, giacché di dirlo, a parte ora che è necessario, ho smesso da un pezzo. L’ultima volta che ne parlai lungamente, per due giorni e una notte, fu prima che mia moglie se ne andasse. Se n’è andata, capite? Ho fiaccato a morte anche la persona che più di ogni altra sapeva sopportare il mio essere così come mi vedete, Ille infelix, l’uomo paradossalmente realizzato nella propria solida infelicità. Eppure, pensate, questa mia condizione è l’unica che io conosca, l’unica che mi identifica e mi legittima come persona vivente e pensante, in possesso di una sua pur flebile volontà e capace di agire. Sennò sarei nulla. Un corpo inanimato. Invece sono stato bravo! Ho saputo fare la mia carriera. Sono cresciuto nell’autocoscienza e nella consapevolezza di tutto ciò che sta al di fuori di me. Ma non sono giunto ad alcuna conclusione. Fortunatamente, devo aggiungere. Sono grasso e passo le sere davanti al televisore, intendo proprio l’apparecchio, a volte spento. Stimato professore di filosofia, mi trovo oggi a non riuscire a morire tanto quanto arranco nel vivere. Spero molto in questo incontro. Non so perché, ma sento che è venuto il momento in cui qualcosa di diverso e risolutivo può accadere. Ora dite voi, che io ho parlato anche troppo e la mia cioccolata si è freddata».

Dopo questo intervento di TUTTO IL TEMPO l’atmosfera si era fatta impegnata. Ciò però accadeva entro il limite invisibile della bolla d’aria che racchiudeva con esattezza il tavolino coi tre. All’esterno di questo confine il locale appariva animato da energie e dinamiche ben diverse da quelle di stampo introspettivo della bolla. Tutti gli altri avventori, con il loro muoversi, scambiarsi sorrisi e saluti, ordinare caffè e pasticcini, discutere di sport, politica e ghiotte novità cittadine, producevano nel locale una potente forza animale, così sana e in grado di difendersi dall’avere immantinente riconosciuto ed isolato nella bolla quella presenza nociva e potenzialmente aggressiva. I frequentatori del Caffè Minetti non se ne accorsero, ma un noto fotografo di energie, lì presente per caso, immortalò con la sua speciale pellicola i tre amici, riflessi nello specchio che stava dietro al bancone, circondati da una evidente bolla d’aria dai contorni giallognoli.

Del secondo intervento, quello de IL MIO TEMPO È DENARO, abbiamo un resoconto dattiloscritto. Capitò infatti che seduto vicino al tavolo dei tre vi fosse il Questore della città, che si prestò volentieri a trascrivere sulla sua Olivetti Lettera 32 quanto udì, cioè grossomodo e con licenza di sintassi professionale, questo:

“Io sottoscritto IL MIO TEMPO È DENARO, nato il 21 marzo, dichiaro quanto segue. 1) Venuto da famiglia con ditta artigianale di zincatura metalli, ammesso che genitori fossero quelli, impegnato vita a raggiungere migliore posizione sociale. Rinunciato a svaghi giovanili e leggerezze. No perdite di tempo dietro a sottane, no pagato puttane. 2) Laureato economia max voti, sposato figlia industriale che non gode a letto. Morto il padre, adesso lei titolare. Due figli maschio femmina anni 28 e 25. Figlia frequenta socio affari della madre, lurido bavoso che scopa anche la madre, che con lui gode facendosi sculacciare. Figlio cocaina fa quadri metri 2x4, mezzo stipendio dottori e colori, non vi dico. Anche amante ragioniera costa cara, ma compensa moglie e capezzoli sempre turgidi. 3) Raggiunto vertice carriera: Direttore Generale IRINA, Istituto per la Ricchezza Nazionale. Adulatori fanno fila, giornali parlano. Comprata villa Cortina. Dentiera costata 20.000. Palestra, sauna, prime avvisaglie impotenza. Notti in bianco. Pianto senza lacrime. Tremore mano sinistra. Paura morte improvvisa. 4) Comprato vecchio podere campagna. Una domenica andato là solo e pianto con lacrime. Poi moglie portato là cavalli, tennis e amici. Tutto finito. Cercato contatto con abitanti del borgo, ma quelli vedono SUV Mercedes e pensano ricco stronzo con puzza al naso e stanno alla larga. Hanno ragione. Cercato allora rimedio con religione. Andato chiesa e prete chiesto soldi per nuovo tetto. Nessuna spiritualità … omissis … 5) Partito offerto importante incarico politico. Poi anche altro partito offerto altro incarico più importante. Nessuno accettato. Integrità sopra tutto. Però dubbi avere sbagliato. Anche dignità vendibile se prezzo è buono. 6) No amici veri. Profonda solitudine. Già comprata cappella famiglia cimitero Staglieno Genova dove nessuno conosce e si vede mare.”

È bene sottolineare che IL MIO TEMPO È DENARO denunciò, al termine del suo dire, una pronunciata lucidità all’occhio sinistro, quello del cuore. Ma probabilmente anche quello dell’infarto che egli temeva, riferendosi al tremore della mano sinistra.

Al termine della seconda esposizione e cessato il ticchettio della macchina da scrivere, un poco di silenzio venne a dire la sua. Una sorta di irrequietezza parve infatti cogliere i tre amici e provocò in loro la più completa stasi: IL MIO TEMPO È DENARO era rimasto immobile nella posizione che gli era servita per parlare, col busto eretto per una migliore dilatazione del diaframma e una più agevole respirazione. Solo l’espressione del viso mutò e si fece vuota a guardare lontano, forse il Golfo di Liguria. Prostrata ad una apparente preghiera era invece l’immobilità de IL DENARO È LO STERCO DEL DIAVOLO, il cui labbro superiore lanciava però impercettibili vibrazioni. La grossa mole di TUTTO IL TEMPO pareva invece schiacciata ed affranta dalla traccia che tutto il Tempo può lasciare in uno sguardo, quando passa in un solo attimo attraverso la sensibilità di chi l’ha voluto ospitare.

Quei pochi minuti di silenzio popolato di dubbi durarono un’eternità e la loro prepotente rassegnazione ruppe la bolla. Immediatamente l’energia animale del locale venne aggredita dai pensieri torvi dei tre. S’ingaggiò una lotta furibonda. Gli avventori del Caffè Minetti presero a ridere sguaiatamente, ad agitarsi, a discutere ad alta voce di rincrudite stupidità. Ma la tristezza avanzava e mangiava loro le stoffe degli abiti, s’infilava dal risvolto dei pantaloni e risaliva come una serpe. Presto i più deboli ne furono vinti e presero a vacillare di mestizia. Chi passò in quel momento dalla strada vide il Caffè illuminarsi di luci violette.

La contesa sembrava aver già dato il suo esito, quando i tre amici si scossero. La rottura della bolla li aveva infatti privati dell’utile diaframma che, se da un lato li isolava forzosamente, dall’altro consentiva loro di non essere infastiditi dall’arrogante volgarità che regnava nel locale e che ora, nella battaglia, avevano avuto modo di saggiare.

Ritirarono allora prestamente i loro dubbi e lasciarono che l’innato spirito di sopravvivenza, anch’esso puramente animale, potesse recuperare il suo ruolo. Poco a poco la normalità fu ristabilita e le opposte forze in campo ritrovarono un equilibrio accettabile. La bolla tornò a formarsi, quale confine tra quella vita che presuntuosa si misura in scansioni di tempo e quel tempo che non sa dare importanza alle vite che scorrono sotto la sua severa egida morale.

Ma ancora dobbiamo riportare cosa disse IL DENARO È LO STERCO DEL DIAVOLO. Di questo facciamo un sunto.

Stretto nel suo dolcevita grigio topo accuratamente rammendato nei gomiti, e infilato nella sua giacchetta in tinta a tre bottoni, IL DENARO È LO STERCO DEL DIAVOLO era afflitto dal male che forse più di ogni altro sa farsi poliedrico compagno: la Paura. Paura come sale di ogni ricetta, di quella che lascia sempre pensare che si tratti d’altro e invece è proprio paura. Eppure, credendo che ogni diverso modo di raggiungere la serenità sia frutto di una scelta indovinata, dobbiamo dire che l’umile uomo appariva in grado di far fruttare le sue decisioni, almeno all’esterno da sé. Dedicata la sua vita alla fede cattolica e, come si dice in linguaggio conforme, al bene del prossimo, è tuttavia triste constatare come nel suo animo albergasse il germe capace di inficiare ogni suo sforzo. Quando la virtù è paura del peccato, la preghiera è paura del Demonio, l’umiltà è paura di ammettere la propria oggettiva modestia, cercare compagnia è paura della solitudine, l’onestà è paura della legge, la povertà è paura della ricchezza, la sobrietà esteriore è paura della bellezza, la castità è paura delle donne nude, e quando infine Dio è solo paura della morte, dove può essere la pace? Che senso ha il comunicare quando è mosso dalla paura di tacere?

Ebbene, questo è il ritratto del nostro terzo amico. Di ciò parlò lui quella sera, svelando il proprio più recondito intimo come dinanzi al parroco. Certo il poveretto meriterebbe il suo paradiso celeste, perché il Dio giusto in cui egli credeva vorrebbe senz’altro compensare chi fosse capace di condurre una simile tormentata esistenza. Ma non sta a noi discernere tale questione teologica. Qui riferiamo solo di un fatto terreno che, benché insolito, è realmente accaduto.

Equilatero perfetto iscritto nel cerchio del tavolino, il triangolo delle storie si completò così, senza ulteriori commenti.

Faceva fresco fuori, e la vetrata del locale che stava vicino al loro tavolino si era appannata di umidità. Il lampione della strada, che con l’imbrunire della sera aveva riflesso sui tre un fascio della sua luce, si ruppe. Un ragazzetto con la fionda in mano scappò di corsa. Forse un certo sollievo aleggiò al Caffè Minetti col loro andarsene. Rincasarono frettolosamente tutti e tre.

Il ritorno de IL DENARO È LO STERCO DEL DIAVOLO fu più repentino e nervoso degli altri. L’uomo precedeva guardandosi di tanto in tanto le spalle e tirò un sospiro di sollievo quando, chiuso l’uscio di casa, constatò che in fondo non era successo nulla. La sua modesta e pulita cucina lo ospitò per una cena frugale, sotto la luce del neon che rendeva le cose piatte e mansuete come piacevano a lui.

IL MIO TEMPO È DENARO trovò effettivamente la tavola imbandita a festa e tre costosi doni per il compleanno, uno di cuoio, uno di seta e uno di cristallo di Boemia, quasi come immaginava. I figli però non c’erano e avevano pregato la madre di abbracciarlo per conto loro.

TUTTO IL TEMPO decise per quella sera di rinunciare alla TV e andò a letto senza cenare, sazio di pensieri nuovi da coltivare.

Morirono tutti e tre la sera stessa, prima della mezzanotte. Durante il sonno, nel giorno del loro sessantaduesimo compleanno, il primo giorno di primavera.

Solo un piccolo dettaglio per dovere di cronaca va aggiunto: i tre, prima di uscire dal locale, per un attimo si scambiarono di posto, l’uno con l’altro con l’altro, fino ad avere occupato lo stesso posto almeno una volta ciascuno. E nel farlo parvero soddisfatti.




(Roberto Giacometti, autore ferrarese, ha pubblicato con Apogeo Editore la raccolta di racconti "Chissà se Miranda verrà" e il romanzo "Non mi troverai").

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